Per Sigmund Freud il senso di colpa è inevitabilmente legato allo sviluppo dell’uomo, in virtù del suo essere inserito in un ambiente sociale e quindi costretto a soffocare istinti che sarebbero incompatibili con la vita civile. Nell’argomentare meglio la sua teoria, Freud, colloca l’origine del senso di colpa in relazione al periodo edipico. Nella fase in cui un bambino inizierebbe a desiderare incestuosamente per se la madre e a sperimentare, proprio a causa di ciò, una contemporanea aggressività e rivalità verso il padre, farebbe anche esperienza di un’angoscia da castrazione che darebbe poi origine al primordiale senso di colpa. Senso di colpa risolvibile solo tramite il superamento della stessa fase edipica: una rinuncia ad un voler possedere la madre per mezzo di un’identificazione con il padre.

Secondo Melanie Klein, che per decenni si occupò di bambini, il senso di colpa insorge prima di questo periodo dello sviluppo psichico descritto da Freud. Secondo quest’autrice, nei primi mesi di vita il bambino non percepisce la madre come una figura unica, bensì come due figure distinte: una buona, pronta a soddisfare bisogni e desideri; ed una cattiva incapace di fare ciò. Verso questa variante cattiva della madre, sempre secondo la Klein, il bambino prova un insieme di pulsioni aggressive che si tramuteranno in senso di colpa nel momento in cui il bambino inizierà a percepire la madre come una persona unica, e non più come due figure distinte scisse da un meccanismo mentale arcaico del genere buono/cattivo. Per la Klein il senso di colpa è così legato al timore del bambino di aver danneggiato, con le sue pulsioni aggressive, la madre. E di qui, ancora facendo riferimento all’ottica kleiniana, nascerebbe nel bambino la necessità di compiere gesti riparativi che possano permettergli di superare i suoi vissuti di colpa. In sostanza, mentre per Freud il senso di colpa è legato al timore del bambino di essere punito, per la Klein è connesso alle fantasie di aver danneggiato qualcosa di buono.

Per quanto il timore di essere punito possa in genere aiutare a spiegare molti sensi di colpa presenti in un bambino, il punto di vista kleiniano sembra molto pertinente nel cogliere quanto molti genitori vivono quotidianamente: il timore, l’ansia, di aver recato, o di recare, in qualche modo danno al proprio figlio. Questo timore di aver danneggiato un figlio presenta numerose varianti: per via di una separazione, a causa di un lavoro che lascia poco tempo da passare insieme, per un percepirsi poco disponibili, per il dubbio che si possa aver deciso di avere un figlio per “riempire” la propria vita, per il timore che si possa non essere equi con i vari figli, per la paura di essere genitori troppo avanti negli anni, e via dicendo con mille altre possibili sfumature legate al pensiero di danneggiare. Senza dubbio qualunque genitore sensibile e attento fa bene ad interrogarsi sul proprio modo di agire, a chiedersi dove eventualmente sbagli e dove di conseguenza potrebbe forse fare meglio, tuttavia dovrebbe anche mettere in conto, come hanno mostrato altri grandi nomi della psicoanalisi, che il senso di colpa fa parte inevitabilmente dell’esistenza umana, anche perché pare talvolta salutare. Per esempio, Donald Winnicott, altro autore che si è occupato moltissimo di infanzia, ha fatto notare come il senso di colpa sia una premessa indispensabile per lo sviluppo dell’empatia perché esso facilita un decentramento dalla propria prospettiva in favore di quella dell’altro. Non a caso, ha osservato lo stesso Winnicott, spesso non c’è nessuna traccia di sensi di colpa nelle condotte antisociali o in alcuni disturbi narcisistici della personalità. Tornando alle preoccupazioni relative al poter danneggiare un figlio e ai connessi sensi di colpa, ne consegue, seguendo il pensiero di Winnicott, che tutto ciò possa servire per rendere il genitore maggiormente empatico verso i bisogni psicologici del figlio stesso.

Marie-Louise Von Franz, lavorando con gli adulti e realizzando studi di carattere talvolta più antropologico, ha invece rilevato come la colpa in genere svolga un ruolo psichico ancora più ampio rispetto a quello che le viene normalmente attribuito dagli autori che hanno lavorato direttamente con bambini. “La colpa o gli errori commessi, considerati in una più ampia prospettiva evolutiva, si rivelano provvidenziali perché approfondiscono e fanno proseguire la ricerca” (Von Franz, 1987, pag. 169), scrive testualmente l’autrice in “L’individuazione nella fiaba”. Da questo punto di osservazione, ha spiegato a titolo esemplificativo l’autrice, il peccato originale di Adamo ed Eva raccontato nella sacre scritture è in realtà un felix culpa perché senza questo mangiare dall’albero della conoscenza l’uomo sarebbe ancora bloccato nel Paradiso terrestre. Il conoscere permette di accedere ad una nuovo stadio della vita, ma porta con se il peso del senso di colpa. Paradossalmente una nuova conoscenza, ogni nuova consapevolezza, genera un vissuto di colpa perché costituisce il momento in cui si realizza che in precedenza si sarebbe potuto fare meglio, un qualcosa in più di quanto fatto sino adesso. E ciò, essendo naturalmente applicabile anche alla relazione genitore-figlio, spinge tendenzialmente il genitore verso un porsi nuove domande e verso la ricerca di atteggiamenti utili e profondi verso il figlio.

Se con Winnicott e Von Franz abbiamo colto l’inevitabilità e anche l’utilità di alcuni sensi di colpa del genitore verso il figlio, ci si può comunque chiedere quale colpa, intesa in questo caso come errore, è assolutamente salutare evitare da parte del genitore. A tale questione si sono dedicati e autori significativi quali Heinz Kohut e Carl Gustav Jung. Il primo ha rimarcato in tutto il suo lavoro come il genitore non debba  relazionarsi al figlio come se fosse un’estensione di sé, ovvero sia un qualcuno pronto a farsi carico delle aspettative e delle esigenze psicologiche del genitore stesso; mentre il secondo ha sempre inteso l’educazione come un vero e proprio “educere”, cioè un cercare di aiutare il figlio a tirare fuori, a scoprire e a sperimentare, la propria natura e le proprie inclinazioni, ben consapevole di come che una vita piena passi proprio attraverso la realizzazione della propria personalità. Due differenti angolazioni per invitare il genitore ad ascoltare e a vedere il figlio per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse. Per ricordarci che forse la colpa più grande di un genitore consiste nel dimenticare che un figlio è sì nostro figlio, ma non ci appartiene.

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