Nel corso della sua storia, già più che centenaria, la psicoanalisi ha sempre posto una certo accento sulla necessità di godere di buone relazioni interpersonali ai fini di una solida salute mentale. Per quanto Freud sottolinei spesso nelle sue opere come un buon equilibrio psichico dipenda sostanzialmente da un buon bilanciamento tra le varie istanze intrapsichiche, quali Es-Io-Super Io, o in termini più semplici da un buon rapporto tra principio di piacere, legato ad un mondo interno di pulsioni, e principio di realtà, il fatto che egli stesso attribuisca un certo primato alla sessualità genitale, ha lasciato intravedere come fossero necessari studi psicoanalitici di stampo maggiormente relazionale. Nel complesso, le osservazioni del maestro viennese hanno comportato che ci si domandasse direttamente in che modo l’ambiente, o meglio le relazioni significative di un individuo, influenzassero lo sviluppo psichico dello stesso, favorendo così di fatto uno spostamento del focus teorico della psicoanalisi da aspetti pulsioni interni all’individuo ad aspetti più relazionali.

 Dopo Freud, non a caso, hanno visto la luce la scuola psicoanalitica delle “relazioni oggettuali” e i pioneristici studi sull’attaccamento di Bowlby. Entrambe correnti teoriche, ciò va detto senza reticenze, che hanno certamente permesso di cogliere in maniera più globale la complessità dell’essere umano. Tra l’altro le ricerche più relazionali hanno trovato ampie conferme sia all’interno degli studi analitici, sia in discipline affini. Un brillante etologo come Konrad Lorenz, per esempio, ha osservato come l’uomo primitivo non fosse né veloce nella corsa, né dotato di particolare forza fisica rispetto a molti animali, e questi limiti fisici lo hanno obbligato ad agire da sempre in gruppo e ad instaurare legami importanti per garantirsi una sopravvivenza per nulla scontata in ambienti ostici. Naturalmente l’uomo moderno non è più esposto a così tanti pericoli per sopravvivere, ma è più che probabile, nota Lorenz, che il bisogno di agire in gruppo e di avere forti legami sia rimasto inalterato. D’altra parte, chi ogni giorno presta opera in ambito terapeutico, sa bene quanto le assenze di un genitore, delle carenze affettive da parte di chi si prende, o dovrebbe, prendersi cura, un atteggiamento maltrattante fatto di rifiuti e svalutazioni, un lutto, ferite amorose, amicizie spezzate, costituiscano tutti elementi che possono incidere pesantemente sulla condizione psicologica di una persona. Tuttavia, questa particolare attenzione, ripetiamo per molti versi giustissima, sulle relazioni interpersonali ha portato la psicoanalisi a trascurare parzialmente quanto per un individuo possa essere importante anche il saper stare solo. Con poche ma significative eccezioni, quali Donald Winnicott e Carl Gustav Jung su tutte. Nel 1958 Winnicott ha dedicato un saggio al tema, “Capacity to be Alone”, ritenuto ormai un classico della psicoanalisi. Winnicott ipotizza che la capacità di un adulto di stare solo derivi dall’esperienza infantile dello star solo in presenza della madre. Con questa espressione paradossale l’autore si riferisce a quella condizione per cui i bisogni più imminenti, cibo, calore, contatto fisico, sono stati ben soddisfatti, in modo che il bambino non ha necessità di fare appello alla madre, né questa deve stargli necessariamente attaccata. Scrive Winnicott nel saggio già citato: “In questo modo cerco di dar ragione del paradosso secondo cui la capacità di essere solo è basata sull’esperienza di essere solo in presenza di una persona, e secondo cui, se questa esperienza non è stata sufficiente, la capacità di essere solo non può svilupparsi”, per poi continuare poco più avanti: “Soltanto quando è solo (cioè: solo in presenza di qualcuno) l’infante può scoprire la propria vita personale”. Anthony Storr, psichiatra inglese, fa notare come Winnicott, essendo particolarmente attento al cercare di capire se un’esperienza individuale fosse autentica o meno, ebbe modo di cogliere vivamente quanto fosse basilare il saper stare soli a tal proposito. Molti dei pazienti di Winnicott soffrivano per così dire di eccessiva compiacenza: stando sempre insieme agli altri, finivano con il dipendere troppo dall’approvazione di quest’ultimi, rendendo il loro comportamento compiacente. Atteggiamento da Winnicott definito “Falso Sé”, perché basato più sull’adeguamento ai desideri e alle aspettative altrui che non su reali bisogni del soggetto. Un modo di fare che se portato avanti nel tempo finisce con il rendere sterile l’esistenza, perché la priva di un’impronta più personale. Impronta personale che Winnicott definiva il “Vero Sé”, cioè un modo di stare al mondo più sentito e legato alla possibilità di esplorare se stessi con pace e tranquillità. In altre parole, attraverso il saper stare soli, perché è proprio dal momento di solitudine che può fluire qualcosa di molto intimo e autentico, e in virtù di ciò vitale. Perché, da questa prospettiva, è come se la solitudine fosse un momento di necessario ristoro al fine di riuscire a vivere e a percepire se stessi come un qualcosa di unico e ben integrato. Un ristoro necessario ad una riorganizzazione della personalità.

Per Jung invece, ma su questo torneremo più avanti, era basilare poter trovare un senso alla propria esperienza esistenziale. Secondo questo grande studioso svizzero, molte persone del nostro tempo soffrono soprattutto di un senso di nullità che necessità di trovare una risposta individuale, che passa dal trovare, e qui troviamo delle analogie con Winnicott, una certa sintesi e unità all’interno della propria personalità.

Tornando alla solitudine come momento di necessario ristoro per reintegrarsi, possiamo osservare come essa agisca in tale direzione anche in semplici azioni del quotidiano. Per esempio quando dormiamo. Spesso dopo una buon sonno si riesce a trovare una soluzione a qualcosa su cui ci si stava rimuginando da tempo. Come il  dormire riesca a svolgere questa funzione rimane tutt’ora inesplicato, anche se il tutto è probabilmente legato all’attività onirica, perché pare piuttosto verosimile, come ha ipotizzato Stanley Palumbo, che i sogni aiutino il sognatore ad “armonizzare” e a digerire le esperienze che lo stesso si trova ad affrontare in quel determinato periodo della vita diurna. Oppure si noti come i periodi di malattia psichiatrica siano spessi preceduti da periodi di forte insonnia. Altro possibile esempio di solitudine ristoratrice può essere costituito dal fare lunghe camminate. Se questa attività diviene infatti un’abitudine, finisce sovente con il diventare un’ora ricercata e fonte di ispirazione. Continuando con gli esempi di solitudine ristoratrice, possiamo pensare a cosa accade talvolta in alcuni momenti di preghiera. Non la semplice preghiera in cui si chiede la grazia per sé e gli altri, o la preghiera intesa come atto pubblico di adorazione, ma la preghiera privata in cui ci si sente soli alla presenza di Dio, e che molte volte, come spesso testimoniano le religioni orientali, permette di raggiungere uno stato mentale armonioso.

Tuttavia la solitudine è più temuta che cercata, almeno così sembrerebbe essere per la maggioranza delle persone. Perché è il momento in cui possono più facilmente attivarsi i punti critici di una persona. Per esempio, una persona a cui di tanto in tanto si presenta alla mente la preoccupazione che la sua vita possa essere forse insignificante, nei periodi di solitudine potrebbe trovarsi inevitabilmente dinanzi a tale questione che in genere tenta di eludere. Nel momento di silenzio, di vuoto, i nodi esistenziali vengono al pettine, e spesso la via del fare, dell’agire, è la risposta che viene più spontanea, anche se non è affatto detto che tale modo di procedere sia il più proficuo per affrontare i nodi tanto temuti. Compiere molte azioni, talvolta, serve più a proteggersi dall’angoscia che può generare il contatto con se stessi che non ad altro. In molte occasioni varrebbe la pena approfondire diversamente le questioni che ci risultano soggettivamente più spinose. In primis sospendendo temporaneamente questo continuo agire per verificare se dalla psiche, dalla propria psiche, vengono fuori risposte, ben diverse da azioni automatiche, in grado di elaborare compiutamente quei nodi esistenziali che tanto incutono timore. Rispetto alla questione dello stare fermi, si pensi per un attimo alla storia, esemplare da questo punto di vista, di Nelson Mandela. Nel suo lungo periodo di prigionia, dove era quindi anche fisicamente costretto a stare fermo, il futuro presidente del Sudafrica ripensò tutta la strategia per sconfiggere l’apartheid: abbandonò la lotta armata in favore di un progressivo processo di riconciliazione e pacificazione, che gli riuscì anche grazie alle sue indubbie capacità politiche e di mediatore, sviluppate psicologicamente negli anni di solitaria detenzione.

Un lascito importante di una buona analisi è dato dall’aiuto che essa fornisce ad una persona rispetto al saper stare sola e ferma, a non fuggire dinanzi a se stessa, a non mettere in atto azioni dettate dall’urgenza di eliminare quanto spaventa. Come accennavamo poco sopra, Winnicott sostiene che un bambino riesce a stare solo quando ha avuto in precedenza la possibilità di essere solo in presenza di qualcun altro. In genere si tratta una buona madre che è silenziosamente presente, pronta per eventuali interventi, ma allo stesso tempo fiduciosa che il bambino possa trovare soluzioni autonome e conoscere se stesso. Qualcosa di simile accade anche nella stanza di analisi. E’ come se la persona avesse lo spazio per scoprire  se stessa, i suoi pensieri più riservati, le sue fantasie, in presenza di un Altro che aiuta a porre l’attenzione sul senso e sul significato di questo peregrinare psichico, all’interno di un clima in cui si ha fiducia nel fatto che la psiche stessa possa restituire idee e spunti rispetto a questa esplorazione. Un viaggio da cui generalmente emergono nuovi atteggiamenti verso la propria esistenza, più al passo con la fase esistenziale che si sta attraversando. Scrive Jung nel suo saggio su “La Funzione Trascendente” che “il fluire costante della vita esige un adattamento sempre rinnovato”, e del resto è difficile non dirsi d’accordo con egli se si pensa a quanto la vita ponga sempre dinanzi a nuove situazioni. Lo stesso Jung, rispetto al come affrontare il fluire della vita, incoraggiava i suoi pazienti, con già alle spalle un buon periodo di analisi, ad intraprendere l’immaginazione attiva, ovverosia un confronto intimo e privato della coscienza con alcune immagini interiori della persona, al fine di arrivare ad un nuovo equilibrio della personalità. Un’esperienza di autonomia terapeutica che Jung invitava a svolgere fuori dalla stanza di analisi, ma che sarebbe riduttivo considerare come un qualcosa di relativo soltanto alla conclusione del percorso analitico, essendo infatti un’esperienza più generale di confronto con se stessi in cui la persona avverte, alla fine di questo processo, una diversa sintesi dentro di sé. Momenti di unità interiore, molto proficui rispetto al capire chi si è veramente e in che modo si vuole affrontare l’esistenza.

Saper stare temporaneamente soli è quindi, come già si sarà intuito dal resto dell’articolo, importante perché pare essere la condizione per accedere alla propria creatività psicologica, intesa come capacità di creare nuovi modi di vedere e pensare se stessi e quanto circonda. E rinunciare a tale forma di creatività, per via delle difficoltà nel saper stare soli, sarebbe un vero peccato.

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