noiaLa noia ha sempre destato l’attenzione e l’interesse di filosofi e letterati. Per Oscar Wilde era l’unico peccato per cui non esiste perdono. Per Charles Baudelaire la noia è legata ad un più ampio disagio esistenziale, ad una melanconia di cui la persona annoiata finisce quasi per compiacersi. Secondo Seneca, che più precisamente parla di taedium vitae, la noia nasce dal percepire il dolore nel mondo. Per Kierkegard e Schopenhauer la noia è la dimostrazione dell’inutilità dell’esistenza umana. In Heidegger la noia è parente prossima di un’angoscia, definibile come uno stato negativo contrassegnato da una paura generalizzata verso l’esistenza. Per altri autori la noia non assume connotazioni così negative, anzi. Per Nietzsche la noia è una “bonaccia dell’anima” propedeutica ad un’attività creativa, mentre per Bertrand Russel “una generazione che non sa sopportare la noia sarà una generazione di uomini meschini.” Anche in altre culture, per esempio in quelle orientali, la noia viene valutata positivamente: secondo la cultura buddhista essa è parte integrante del processo di conoscenza.
Come si può notare da quanto detto sinora, fornire una definizione univoca della noia è compito decisamente arduo. Tuttavia è piuttosto verosimile affermare che i vari autori e le varie culture abbiano colto, ognuno, un aspetto diverso di un’emozione molto complessa e articolata, quale appunto la noia.
Non a caso, anche in ambito psicologico, le varie teorie hanno posto il loro accento su aspetti diversi, e a volte contrastanti, della noia.
Il pensiero psicoanalitico classico ha collegato la noia all’incapacità di rinunciare all’onnipotenza, gli psicologi comportamentisti hanno posto la noia in relazione all’assenza di stimoli, studiosi di orientamento fenomenologico hanno legato la noia ad un’alterata percezione temporale, mentre la psicologia analitica, con Marie-Louise Von Franz, ha concettualizzato la noia come un emozione-segnale che comunica alla persona il fatto che si sta occupando di cose, o sta vivendo in un modo, che non è in linea con il proprio sentire.
Per quanto, come dicevo poc’anzi, le varie teorie sulla noia abbiano tutte una propria validità e siano in grado di spiegare alcuni casi di noia, vorrei porre maggiore attenzione sulla teoria della Von Franz perché essa sembra avere una validità di portata piuttosto ampia. L’idea dell’emozione-segnale, se calata nel contesto della società occidentale, sembra infatti assumere un valore particolare. Proviamo a vederne il perché.
La nostra società si caratterizza per dei processi di massificazione: il secolo scorso si è differenziato particolarmente da ogni altro periodo storico precedente per la presenza diffusa di consumi di massa, da ritmi di vita frenetici, e da una spasmodica attenzione alla propria immagine. Consumi più o meno uguali per tutti: dall’abbigliamento, al cibo, per arrivare alle vacanze. Secondo alcuni sociologi ci siamo progressivamente tramutati da cittadini in consumatori.
Se da un punto di vista economico e sociale il secolo scorso ha garantito un benessere sconosciuto ai secoli precedenti, da un punto di vista psicologico, questo eccessivo investimento sui consumi, sul voler consumare, sul volere apparire in un certo modo, ha spesso spostato la formazione del proprio senso d’identità dall’essere all’avere. In parole semplici, la propria identità non è più legata (in molti casi) a quel che si è, ma a quel che si ha e al come si appare.
Vista la nostra società, il ritmo frenetico delle nostre vite, non dovrebbe esserci spazio per la noia invece essa sembra dilagare. Come scrive lo psichiatra Richard Winter “il secolo del divertimento di massa è anche quello che vede un’epidemia di noia.” Come mai quest’enorme contraddizione tra lo stile di vita e il vissuto che si prova? Evidentemente uno stile di vita esclusivamente o quasi basato sul consumare e sull’avere, finisce con l’annoiare, con il far percepire se stessi vuoti e privi di senso. Un’eccessiva estroversione, un volgere il proprio sguardo sempre a quanto accade al proprio esterno, finisce con l’allontanare l’individuo da se stesso.
Carl Gustav Jung, già nel lontano 1957, ammoniva che l’unico modo per difendersi dagli aspetti negativi della massificazione era legato al tentativo di rimanere sempre in contatto con la propria esperienza interiore, ovvero con la propria unica, irrepetibile individualità.
Per concludere questo breve articolo, possiamo dire che non siamo probabilmente in grado di fornire una definizione chiare ed univoca della noia, ma considerandola insieme alla Von Franz un’emozione-segnale siamo in grado di coglierne la funzione psicologica: la noia, intesa come spia di un qualcosa che non funziona, ha il grosso merito di segnalare all’uomo la necessità di rimettersi al centro della propria vita, di farlo tornare ad interrogare sul chi è, sul cosa vuole e sul dove vuole realmente andare.

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