La Figura del Padre In Occidente: dall’Antica Grecia ai Giorni Nostri

Nella Teogonia di Esiodo il racconto della genesi delle divinità conduce progressivamente al regno di Zeus, padre degli dei. In principio fu il Caos, inteso come possibilità di apertura, da cui emerse, Gea,la Terra. La Terra per estensione generò Urano, il Cielo. Insieme generarono i Ciclopi, fabbricanti di tuoni e fulmini, potenze del cielo. La Terra femminile e il Cielo maschile fecero altri figli, ma erano in conflitto tra loro perché il padre Cielo, per eliminare i figli, voleva rimetterli nel ventre della madre. Gea non voleva, così fabbricò una falce e chiese ai figli di punire il padre. Solo Crono lo fece, evirò il padre e ne gettò il fallo dietro di se. Il sangue di Urano fecondò di nuovo Gea e nacquero le Erinni, dee di quella prima giustizia fatta di sangue e di vendetta. Fu dunque la volta di Crono che unendosi a Rea ebbe molti figli. Anche egli, come suo padre Crono, non voleva perdere l’autorità e per mantenerla ingoiava ogni figlio. Ma con Zeus le cose andarono diversamente. Gea aiutò il futuro re degli dei, facendo inghiottire a Crono una pietra fasciata al posto del figlio, e portò quest’ultimo in una grotta di Creta, dove poté crescere con calma. Una volta adulto e forte Zeus liberò i fratelli dal padre, saziò le Erinni, ripagò il vecchio Urano facendogli amministrare un’idea di equità, e soprattutto sconfisse i Titani, respingendo il mostruoso Tifeo, fatto di cento teste infuocate di draghi e serpenti, nel Tartaro, grazie all’aiuto dei ciclopi. Con la sconfitta dei Titani si stabilisce il regno di Zeus, soggetto comunque ancora ai venti di tempesta di Tifeo, che viene riconosciuto anche dagli altri dei olimpici.
La sconfitta di Tifeo da parte di Zeus, secondo Luigi Zoia (2003), rappresenta dal punto di vista psicologico il superamento di un funzionamento psichico basato principalmente sull’istintualità e su quelle forze psichiche ctonie, ben personificate dai draghi e serpenti caratterizzanti Tifeo, in favore di un funzionamento globale maggiormente centrato sull’autorità riconosciuta ad una figura paterna incarnata da Zeus. L’assoluta centralità della figura paterna al tempo degli antichi Greci, fa notare Karoly Keréngy negli “Dei dell’Anitca Grecia” (1962), è ben testimoniata anche dal continuo espandersi del potere di Zeus attraverso continue nozze [1]. Per far notare quanto nel mondo greco antico fosse fondamentale il ruolo dell’autorità paterna, a prescindere quali fossero le qualità morali incarnate da Zeus, possiamo prendere in considerazione l’inno a Zeus di Cleante (filosofo stoico nato nel 331 A.C.):“Ti saluto, o più glorioso degli Immortali, tu che sei chiamato con nomi diversi, Zeus, eternamente onnipotente, tu che sei l’artefice della Natura e che governi con la legge tutte le cose!….Tu sai ridurre a misura chi eccede, imponi l’ordine al disordine, e ti fai amiche le cose nemiche” (In Chevalier, Gheerbrant, 1969, pag.475) James Hillman (1972) descrive la società dell’antica Grecia come dominata da una “fantasia apolinnea”, vale a dire da una coscienza solare e maschile impegnata nell’elevarsi da ciò che era terrestre, greve e materiale. In altre parole “i padri dell’antichità si elevavano creando cultura” (Zoja, 2003, pag. 132).Nella tradizione greca il padre era una figura totale: istituzionale, ma anche umana. Zoja (2003) in proposito osserva come il padre, se da una parte delegava spesso l’educazione dei figli alla moglie o ad un precettore, dall’altra era l’elemento su cui convergevano tutti gli affetti familiari [2]. Secondo Zoja il racconto greco, da Omero fino al V secolo a.c., è stato attraversato dall’immagine di un padre forte e buono o dal sentimento di nostalgia per la sua assenza. Nella cultura greca questa figura di un padre forte e buono, ben rappresentata da Ulisse, comincia a venire meno ne “L’Edipo Re” di Sofocle, e nei “Babilonesi” [3] di Aristofane. Nella tragedia di Sofocle e nei drammi satirici di Aristofane il conflitto padre-figlio, il quale inevitabilmente ruota attorno alla difficoltà del padre nel mantenere la sua autorità verso il figlio, assume un ruolo di primo piano. Ciò dimostra, secondo Zoja (2003), come il padre terrestre, cominciando a vedere nel figlio un rivale che mette in pericolo la sua autorità, inizi a distanziarsi dal padre onnipresente e portatore di ordine raffigurato nel mito.Solo nel momento in cui Grecia e Roma si fondono, sempre secondo il punto di vista di Zoja, il padre reale riacquisirà una forza paragonabile a quella che Ulisse mostra nell’Odissea. Per Zoja l’Eneide di Virgilio costituisce l’anello di congiunzione tra il padre dell’Antica Grecia e il padre di Roma, anzi più precisamente è la figura di Enea a svolgere questa funzione. Enea in tutto il poema mostra una costante attenzione verso un progetto futuro e un senso di responsabilità verso le future generazioni. Lo dimostra sia quando fa un enorme sforzo nel partire da Troia in fiamme, accettando i moniti che Ettore gli manda in sogno, portando con se i suoi familiari e i suoi Penati protettori della casa e della città, sia quando lascia la regina Didone per ubbidire al Zeus dei romani, Giove, che gli rammenta il suo obbligo morale di proseguire il viaggio fondativo di una nuova stirpe [4]. Il fatto che Enea parta da Troia con il vecchio padre Anchise, già malato, e con il figlio piccolo Ascanio, evidenzia, secondo la lettura psicologica proposta da Zoja, quella catena dei padri che sarà tipica della società romana. Secondo l’autore l’esempio più lampante di questa catena dei padri la si ha quando Enea, appena giunto in presenza di Didone, fa subito chiamare Ascanio perché “l’amore paterno non lascia mai la mente a riposo” (L’Eneide, 643). In questo espressione si può riassumere la concezione di Virgilio (nato circa nel 70 a.c.), del padre romano e dell’immenso ordine storico da esso derivante. L’amore del padre romano è mente, non cuore e sentimento, ma pensiero e volontà. Il padre a Roma, come possiamo ben notare nel diritto romano, è considerato sinonimo di stabilità, sicurezza e responsabilità. L’assoluta centralità del padre nell’antica Roma la si può ben cogliere dal fatto che aveva diritto di vita e di morte sul figlio, non soltanto fino all’indipendenza di questi, ma per l’intero corso della sua esistenza. Solo la morte estingueva questo enorme potere conferitogli. A Roma il diritto è dalla parte del padre. Per esempio non si diveniva padri solo per via biologica, ma per esserlo bisognava riconoscere il proprio figlio con un rito ben preciso: innalzarlo pubblicamente, riconoscendo così la propria responsabilità verso il nascituro. Compiendo questo rito il padre romano, secondo Zoja, continua il gesto di Ettore: “Zeus e voi altri dei, rendete forte questo mio figlio. E che un giorno, vedendolo tornare dal campo di battaglia, qualcuno dica: è molto più forte del padre”. Questa iniziazione, per Zoja, aiutava il padre ad assumersi le sue pesanti responsabilità, dato che poteva decidere della vita o della morte del figlio, e contemporaneamente gli indicava come il suo compito consistesse nel portare il figlio più in alto di lui, socialmente e moralmente. Per quanto il padre romano si impegnasse nell’ elevare il figlio si può notare come gli fosse riconosciuta una posizione verticale rispetto al figlio, sia dai membri stessi di questa diade, sia dalla società più ampia. Da quest’ultimo punto di vista il Cristianesimo ha costituito un grosso cambiamento. Per quanto Gesù predichi il valore dell’obbedienza tradizionale, fondando una nuova religione, secondo Zoja, va a scrollare nelle fondamenta la struttura verticale del rapporto padri-figli. Gesù, infatti, non solo saltava la mediazione dei padri rabbinici nel suo dialogare con Dio, ma finiva anche con il sedere alla stessa altezza del Padre. Il fatto che Cristo fosse uguale a Dio e contemporaneamente figlio di Dio, secondo Zoja dal punto di vista psicologico vuol dire che: “Il padre non era più l’immagine esclusiva di Dio in terra, né Dio quella del padre in cielo: le due realtà, terrestre e celeste, incorporavano la nuova uguaglianza ponendo il figlio – come valore ultimo, non certo di un colpo solo nella pratica quotidiana – sullo stesso piano del padre [5]” (Zoja, 2003, pag. 173). Secondo Zoja, Cristo, non diventando genitore, interrompe la catena dei padri della società romana e sposta l’attenzione verso il figlio. In un certo senso Cristo sostiene senza riserve il Padre, ma gli sottrae la scena. I vangeli, per esempio, appaiono evidentemente scritti dalla parte del figlio: nei secoli precedenti, ma anche come abbiamo visto poco sopra a Roma, non sarebbe mai potuto accadere che un figlio potesse permettersi di rimproverare al padre di averlo abbandonato (Matteo 23, 8). Secondo Zoja anche la Chiesa contribuirà a far diminuire l’autorità verticale del padre dedicando moltissima attenzione al culto di Maria, madre di Cristo, e rimarcando il ruolo dell’istituzione come “madre” di tutti. Una dimostrazione di ciò la si può avere notando come le rappresentazioni artistiche di Maria con il figlio siano di gran lunga maggiori rispetto a quelle di San Giuseppe, padre terreno di Gesù. Questa tendenza della Chiesa, sempre secondo Zoja, farà si che per tutto il Medioevo, periodo in cui la Chiesa raggiunge il suo massimo apice, il padre, nonostante la gerarchizzazione della società, avrà poco peso. Poco per volta il padre di famiglia, figura centrale del (nel) diritto romano, viene ad essere sostituito nelle sua funzione di elevamento del figlio dagli ordini monastici e dalle università più tardi. Secondo Zoja questo lento e progressivo svuotamento del padre terreno ha realizzato quanto era già stato annunciato nel vangelo di Matteo (23, 8): “Non chiamate nessuno sulla terra padre vostro, perché c’è un solo vostro padre, quello nei cieli”.
Inoltre, fa notare ancora Zoja, la Chiesa cattolica accentuerà la sua attenzione su Maria[6]e su Cristo dopo la riforma protestante, la quale permise una riorganizzazione della società in senso paterno facendo della razionalità, dell’efficienza e della sobrietà i suoi punti cardini. Questa diversa organizzazione della società legata al protestantesimo ebbe ripercussioni anche sulla struttura familiare: nei paesi del nord Europa il padre assunse un ruolo importante nel guidare il culto privato della famiglia (in maniera simile a quanto avveniva nell’Ebraismo).Un altro effetto della riforma protestante, oltre a rivalutare la figura del padre, fu quello di portare ad una maggiore laicizzazione della società, che di fatto aprì le porte all’epoca moderna la quale ha definitivamente trasformato il rapporto padre-figlio da verticale in orizzontale. Con l’Illuminismo emerse con veemenza il lato terribile del padre esercitante un’autorità distruttiva sul figlio. Venne fatto notare come il padre, anziché elevare il figlio spesso lo conduceva agli inferi, basti pensare all’Oedipe di Voltaire dove l’eroe greco è considerato innocente (1714), all’Emile di Rosseau (1762) che prefigura il moderno sistemo scolastico, oppure al “Il figlio punito” di Greuze (1778).La vicina rivoluzione francese decapiterà il re, immagine paterna di un’intera nazione. Per Zoja, il motto della rivoluzione “Liberté, égalité, fraternité” , con il suo impatto dilagante su tutta l’Europa, permette di dire definitivamente che: “Il nuovo asse del mondo è orizzontale” (Zoja, 2003, pag. 182). Per mondo orizzontale Zoja intende una società basata su rapporti paritari tra gli individui, come per esempio può essere quello tra due fratelli, dove i ruoli e le possibilità di una persona non sono pre-determinate dalla struttura stessa della società. Il mondo orizzontale, a differenza di quello verticale, è dinamico e non statico: è un tipo di società in cui l’autorevolezza non viene concessa per diritto, ma va “conquistata” sul campo. E’ evidente, da quanto detto sino adesso, che in una società orizzontale un padre deve dimostrare, agli occhi del figlio, di meritare sia il suo rispetto, sia di poter svolgere la sua storica funzione di guida verso l’esterno. Secondo Zoja (2003), una società orizzontale permette senza dubbio una maggiore libertà interiore per gli individui, ma in un certo senso ha causato una scomparsa del padre perché, molti padri, senza il supporto di una società organizzata in maniera verticale, non sono riusciti ad assolvere la loro funzione paterna. Oltre a questa diversa visione dei rapporti sociali, generata dalla rivoluzione francese, Zoja osserva come anche la rivoluzione industriale abbia influito sul modo attuale di concepire la figura del padre. L’autore rileva come venendo a mancare il contatto sul posto di lavoro, cosa che avveniva regolarmente quando l’economia dei paesi europei era prevalentemente agricola, i padri si trasformano da maestri in “cacciatori di reddito” (Zoja, 2003, pag. 278).Nel XX secolo questa trasformazione, da maestro a breadwinner, ha comportato una serie di conseguenze sulla figura paterna: in molte circostanze il padre si è trovato ad occupare un ruolo marginale in seno alla famiglia[7], a tal punto da essere giustificato il parlare di una sua scomparsa; nelle famiglie in cui il padre è rimasto ha svolto un ruolo, come dicono Pietropolli Charmet e Riva (2001), di “rifornimento affettivo” e meno normativo. Per avere un’idea della scomparsa del padre basti fermarsi a vedere i dati italiani su divorzi e separazioni: nel 2002 su 1000 matrimoni in Italia ci sono state 257 separazioni e 131 divorzi, tutte situazioni in cui nella stragrande maggioranza dei casi i figli hanno perso quasi del tutto il contatto con la figura paterna (Labrozzi 2005). Volendo guardare al di fuori dei confini nazionali è interessante vedere uno studio ventennale di Lamb (1996) che dimostra come i padri americani trascorrano in media non più di 7 minuti al giorno con i loro figli. Come dicevo poco sopra, l’altro effetto della trasformazione del padre da maestro a breadwinner è stato quello di fargli perdere in buona parte il suo ruolo normativo. In altre parole i padri attuali, non potendo più insegnare una professione al figlio, svolgono in misura minore, rispetto al passato, il loro fare da raccordo tra il microcosmo familiare e il macrocosmo sociale e istituzionale. Questa perdita di ruolo normativo, quando non ha condotto il padre ad allontanarsi dal nucleo familiare, ha lasciato il posto ad un padre più materno inteso come un compagno di viaggio, fedele e comprensivo, che di fatto tende ad allinearsi in una posizione sempre più paritaria.
[1] Giusto per fare qualche esempio si può vedere come, nonostante Zeus fosse sposato con Era, con Metis ebbe Atena, la dea della saggezza; con Temi generò le Ore, dee delle stagioni; con Mnemosine le Muse; con Nemesi generò Elena via dicendo.
[2] Per avere un’idea di quanto il padre, nella Grecia di quel periodo, fosse un elemento centrale sia da un punto si vista istituzionale, sia da un punto di vista affettivo, si consideri, per esempio, che una donna per divorziare doveva avere l’assenso del proprio padre.
[3] Se la vicenda di Edipo è conosciuta benissimo e non necessita di essere ricordata, forse non si può dire lo stesso per i “Babilonesi” (423 a.c.). Strepsiade, rovinato dai debiti a causa della passione del figlio Fidippide per i cavalli, pensa di mandare il figlio a scuola di Socrate, perché impari a vincere le cause cattive e lo salvi dai creditori. Ma Fidippide non intende mescolarsi con i Sofisti; allora Strepsiade si reca egli stesso al “pensatoio” dove trova Socrate, che appare in scena in una cesta sospesa in aria, donde osserva il sole. Strepsiade non impara nulla e viene cacciato. Alla fine Fidippide acconsente a recarsi a scuola da Socrate e viene istruito così bene che tornato a casa, percuote il padre e dimostra di avere il diritto di farlo.
[4] Enea riuscirà ad arrivare in Italia e a diventare re sconfiggendo Turno, il figlio Ascanio (o Julio) fonderà trenta anni dopo Alba, e dopo trecento anni ci sarà la fondazione di Roma
[5] Il vedere padre e figlio sullo stesso piano suscitava comunque molte resistenze: basti pensare al Concilio di Nicea (325 d.c.), dove Ario sosteneva con veemenza che il figlio dovesse essere subordinato al padre. In ogni caso l’imperatore Giustiniano non fece passare la linea di Ario e di fatto proprio il Concilio siglò l’uguaglianza tra padre e figlio.
[6] In proposito basti pensare alle opere rinascimentali, in primis alla Pietà di Michelangelo.
[7] Zoja osserva come questa marginalità del padre in famiglia sia deducibile anche dal fatto che la psicoanalisi per molti decenni si è concentrata quasi esclusivamente sul rapporto madre-figlio.

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