Il termine mobbing, utilizzato per la prima volta dal famoso etologo Konrad Lorenz per raccontare il comportamento di alcuni animali volto ad escludere dal gruppo un membro della stessa specie, è attualmente usato per descrivere un insieme di comportamenti e atteggiamenti vessatori messi in atto, da datori di lavori e/o colleghi, verso un lavoratore appartenente alla stessa realtà aziendale.
Le azioni mobbizzanti sono una forma di violenza intenzionale che può realizzarsi in maniera piuttosto variegata: tramite un costante evitamento,  con la diffusione di “voci” e notizie volte a scalfire l’immagine sociale di una persona, con l’espressione di continue critiche ingiustificate, con l’assegnazione di compiti che sviliscono le proprie mansioni, con l’umiliante esclusione dalle riunioni aziendali, con il non fornire l’adeguato supporto tecnico logistico necessario per un regolare svolgimento del proprio lavoro, con azioni che vanno a sabotare il lavoro effettuato. Molte di queste azioni, spesso, si manifestano in contemporanea. Il fine del Mobbing è quello di allontanare una persona che è, o è divenuta, in qualche modo “scomoda”, mediante un continuo sfiancamento psichico e sociale che possa causarne il licenziamento o tale da indurre alle dimissioni. In alcune circostanze sono i vertici aziendali, si parla in tal caso di mobbing verticale, a mettere in atto strategie mobbizzanti. Il mobbing verticale, se ci si sofferma un attimo, se non fosse finalizzato ad un auto-licenziamento, capace di evitare il possibile fragore di “casi sindacali”, non avrebbe alcun senso. Per esempio, Ascenzi e Bargagio (2000) hanno calcolato che un lavoratore mobbizzato è meno produttivo di circa un 40%, il che fa nascere spontaneamente la domanda: per quale ragione un’azienda dovrebbe muoversi affinché un suo lavoratore sia meno produttivo? La domanda è posta in maniera chiaramente retorica, è la risposta non necessita di approfondimenti.
In altre occasioni sono i colleghi, si parla in tal caso di mobbing orizzontale, a tentare di eliminare in una lotta fraticidia, legata a gelosia, a invidia, o molto più semplicemente a difficoltà dovute a ristrutturazioni aziendali e ai conseguenti tagli della pianta organica, il collega che viene vissuto come un rivale. In altre parole, il mobbing orizzontale è molto legato alla contingente crisi economica e alla precarietà che i lavoratori percepiscono rispetto alla sicurezza del loro posto di lavoro.
Nel nostro paese, il fenomeno mobbing è molto più esteso di quanto si possa immaginare: ci informa l’Ispesl, istituto che si occupa di sicurezza e prevenzione sul lavoro, che sono circa un milione e mezzo i lavoratori sottoposti a mobbing. Il problema sembra più diffuso al Nord e colpisce in misura maggiore le donne, il 52% del totale, nonostante esse costituiscano il 35% della forza lavoro. Questa cifra sul mobbing verso il gentil sesso, secondo Gianni Favro, Presidente del Movimento Nazionale Anti Mobbing, è legato all’evenienza che le lavoratrici si assentano maggiormente dal lavoro, e in virtù di ciò sentite maggiormente come un peso in azienda, sia per ragioni legate alla maternità e alla cura dei figli, sia per il fatto che tendenzialmente usufruiscono delle agevolazioni previste dalla legge 104/92, la normativa che disciplina le assenze mensili per la cura di disabili o di persone gravemente ammalate in famiglia, in misura maggiore dei colleghi uomini.
Da un punto di vista psicologico, il fenomeno mobbing non va assolutamente sottovalutato, perché se di per se non costituisce una malattia può tuttavia scatenare vari disagi di natura psicologica. Studi europei, realizzati principalmente in Svezia e Germania, hanno testimoniato come il mobbing possa facilitare l’insorgenza del Disturbo Post Traumatico da Stress, ovvero sia la tendenza a rivivere continuamente gli eventi traumatici, di disturbi di natura psicosomatica, quali gastrite, cefalee, e di reazioni più generalmente ansiose – depressive. Tuttavia, la persona che si trova a subire il mobbing spesso non sa come affrontare quanto gli sta accadendo perché preoccupata dalla possibile perdita del posto di lavoro.
Come si può reagire a tutto ciò?
Da un punto di vista pratico, la persona che si trova subire azioni di mobbing può agire per vie legali corredando con perizie medico-legali e psicologiche quanto gli sta capitando per tutelarsi da un’eventuale perdita del lavoro, anche se la legislazione italiana non è dotata una specifica legge anti-mobbing, bensì di una serie di norme costituzionali, civili e penali che salvaguardano il lavoratore dai danni subiti sul lavoro. Ma in una situazione che prova così duramente il proprio equilibrio psichico, potrebbe essere molto utile un percorso psicologico che accompagni la persona mobbizzata per un tratto così delicato della sua esistenza. Le difficoltà lavorative possono avere l’impatto sopracitato a livello psichico perché il lavoro non ha un valore solo da un punto di vista economico, bensì è un qualcosa che soddisfa anche esigenze legate all’identità personale. Fernando Cecchini, uno dei massimi esperti nel nostro paese in tema di mobbing, ha scritto nel suo “Come il Mobbing cambia la vita”: “Il lavoro, non solo soddisfa i bisogni economici ma dà uno status socialmente riconosciuto ed apprezzato e consente all’individuo di esprimersi in ciò che sa fare.” Un buon lavoro gratifica l’autostima individuale, impegna emozionalmente e da un punto di vista cognitivo. Il lavoro restituisce un senso di utilità alla persona, offre la possibilità di sentirsi parte pienamente attiva del proprio contesto di appartenenza e della vita. Il mobbing non fa perdere solo un’occupazione, bensì va a ferire la dignità personale di colui/lei che lo subisce.
Marie-Louise Von Franz, analista junghiana di fama internazionale, nel suo libro “Tipologia Psicologica” sostiene che molte persone riescono a superare i momenti più critici della loro vita aggrappandosi a qualche isola di forza della loro personalità che impedisce l’essere spazzati via dalle tormente esistenziali. Per numerose persone questo punto di forza è costituito dal lavoro. Per tale ragione il mobbing è tanto pericoloso, proprio perché può andare a toccare un punto fermo nella vita di una persona, e proprio in virtù di ciò lasciarla in una inquietante condizione di spaesamento. E in una fase così disorientante, un valido percorso psicologico, può aiutare nel non rimanere cronicamente incagliati in questo alienante senso di disorientamento.

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