Il Disturbo D’Ansia Generalizzato

Il Disturbo D’Ansia GeneralizzatoIl disturbo d’ansia generalizzato è avvicinato, da esperti in diagnosi e ricercatori, alla stregua di un parente povero di altre forme di ansia, perché non accompagnato da un quadro specifico di sintomi che ne permettono di cogliere facilmente l’unicità. Nel DSM IV viene infatti definito più in base a criteri temporali e ad elementi di diagnosi differenziale, rispetto ad un attacco di panico o ad una fobia specifica, che non in base a qualche sua intrinseca peculiarità. Il disturbo d’ansia generalizzato tende, cioè, a manifestarsi come un’ansia liberamente fluttuante che viene sentita, dalla persona stessa che ne fa esperienza, come eccessiva rispetto alla realtà che vive. Nonostante ciò, ne viene investita: una persona può, per esempio, venire assalita da cronica apprensione per il suo futuro economico, per l’avvenire dei figli, dalla possibilità che qualche malattia significativa coinvolga i propri genitori, e, più in generale, da numerosi aspetti della quotidianità che tendono ad essere vissuti come un pericolo per il proprio benessere e per quello delle persone più vicine.

La persona con ansia generalizzata è come se convivesse con un’angoscia di fondo: una sorta di smottamento, catastrofe imminente, è sentita incombere sulla propria vita. Il futuro diviene un cruccio, un pensiero perenne che invade il presente, spegnendolo di entusiasmo. Per difendersi da tale angoscia, la persona cerca generalmente di fronteggiare le proprie paure attivandosi, di padroneggiarle per poterle in tal modo rendere innocue. Così, se una persona teme per il proprio lavoro, può cercare di formarsi ulteriormente; se teme per la salute dei genitori, può aumentare il numero dei controlli medici; se è preoccupata per le frequentazioni di un figlio, può chiedere informazioni aggiuntive; e via dicendo. In altre parole, una persona cerca di aumentare il suo controllo su ciò che la spaventa e tenta, per così dire, di “migliorarsi”. In due parole, cerca di essere competente e perfetta. Purtroppo, tale strategia mostra spesso di non funzionare. Per la semplice ragione che non si può essere sempre competenti e all’altezza della situazione, e in condizione di poter controllare quanto accade. Questa strategia ha il limite di essere un tipo di risposta che scaturisce da una sola parte della personalità: l’Io cosciente, che è portato quasi naturalmente a trovare un adattamento verso il mondo esterno.

Per cercare di ovviare i limiti di una risposta all’ansia generalizzata proveniente soltanto dalla coscienza egoica, è utile attingere al patrimonio della psicoanalisi. La letteratura psicoanalitica, dopo gli iniziali studi di Freud sull’ansia, ha sempre sostenuto che essa sia la spia di un conflitto interno, di cui si è tendenzialmente poco consapevoli. Per esempio, nella fobia sociale il conflitto potrebbe essere tra il desiderio del volersi esibire, di essere visti, e il nascondersi. Dinanzi a fobie specifiche invece, spesso legate ad animali, il conflitto non visto è in genere da ricondurre a ciò che simbolicamente può rappresentare l’animale oggetto della fobia e i valori della coscienza. Seguendo questa logica, possiamo chiederci: “Nell’ansia generalizzata dinanzi a quale conflitto ci troviamo?” Come del resto suggerisce la stessa espressione ansia generalizzata, possiamo immaginare che questa ansia così generica esprima un malessere ampio e diffuso che, probabilmente, riguarda l’approccio generale che si ha verso l’esistenza. Detto in altre parole, è come se il modo usuale di rapportarsi all’esistenza, da parte di chi soffre di questa forma di ansia, non riuscisse più ad essere soddisfacente per l’intera personalità, e, allo stesso tempo, non fosse ancor ben strutturata una nuova forma mentis capace di rispondere in una maniera più ampia alle complesse esigenze della personalità stessa. E tale conflitto di fondo genera un’ansia avvertita come una progressiva fonte di angoscia.

Rispetto a questa conflittualità di fondo, alcune osservazioni di Carl Gustav Jung paiono davvero pertinenti. La genialità di questo studioso di processi psichici del profondo sta nell’aver colto compiutamente come l’uomo non sia una sorta di entità psicologica monolitica che viaggia spedita verso una direzione ben precisa, bensì una totalità complessa che si muove, in mezzo ai meandri della vita, con dei movimenti circolari e a spirale che tendono a realizzare un buon equilibrio psicologico. In altre parole, dopo Jung è divenuto evidente a tutti gli studiosi di psicologia che, oltre all’Io cosciente, esistono aspetti in Ombra della personalità, un insieme di bisogni creativi e spirituali, un maschile psichico nella donna e un femminile psichico nell’uomo, che chiedono la dovuta attenzione e dai quali discende anche il benessere psicologico complessivo. Se leghiamo lo stato della totalità interna con la condizione psichica globale, possiamo ritenere che debba esserci una certa corrispondenza tra processi psichici interni e quanto accade nella realtà esterna, e ciò ci permette di ipotizzare che le minacce percepite all’esterno, tipiche dell’ansia generalizzata, riflettano la possibilità che la totalità interna sia composta da un insieme di pezzi non in relazione tra essi. Da questo punto di vista, l’ansia generalizzata può essere considerata una spia di un equilibrio un pochino precario tra le varie parti della totalità. A livello terapeutico, quindi, l’ansia generalizzata può essere l’occasione per ascoltarsi. Questo ascolto di sé può produrre quello che Jung definisce “processo di centratura della personalità, ovverosia la formazione di u nuovo centro della personalità” (Jung, Opere Vol. 12, pag. 45, 1992), che si concretizza in una weltanschauung personale che permette una maggiore comprensione di se stessi e di quanto accade. Per rendere il discorso meno teorico, sia consentito il ricorso ad un breve esempio. Immaginiamo un uomo sui 35 anni, senza fratelli né sorelle, alle prese con problemi di salute dei genitori, che iniziano ormai ad avere acciacchi fisici di una certa importanza. Insomma, una classica situazione ansiogena. La risposta della coscienza può essere molto organizzata, ma rivolta verso l’esterno: si contatta il miglior specialista, si è scrupolosi nel non lasciar nulla di intentato, si corre a destra e a sinistra, nonostante ci sia anche il lavoro da non trascurare, una casa da portare avanti, e via dicendo. Tutte azioni utili, che è giusto fare, e che ognuno di noi farebbe. Ma l’ansia non accenna a diminuire. Perché queste risposte “tralasciano” le altri parti della personalità che, in genere, sono più strettamente connesse con i vissuti emotivi suscitati da quanto accade. Nel nostro esempio, le risposte dell’Io, non si confrontano con alcune tematiche che possono essere considerate le grandi rimosse dei nostri tempi: il senso di solitudine, del limite, della perdita. Tutti vissuti emotivi che possono attivarsi nella situazione citata, e che necessitano di un’elaborazione complessiva da parte della personalità. Un’elaborazione, che passa in primo luogo attraverso un riconoscimento delle proprie emozioni, che è creativa in quanto matrice di nuove riflessioni e punti di vista, e che permette di dare un contenimento all’ansia, cosa che l’Io da solo non riesce a fare.

In conclusione di questo breve articolo, possiamo dire che le varie situazioni fonte di ansia generalizzata, se non affrontate dalle varie angolazioni della personalità, tendono a tramutarsi in inquietanti pericoli che si materializzano nel mondo esterno. E l’ascolto di sé costituisce quella bussola psichica che può aiutare nel trovare un modo per affrontare le acque tempestose della vita.

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