Forme e funzioni del lamentarsiGeneralmente nella lingua italiana il verbo “lamentare” viene usato sia in un modo impersonale, sia in un modo personale. Nel primo caso esprime per lo più un dolore, un rimpianto, un rammarico; nel secondo è di aiuto nel manifestare una delusione personale, una scontentezza, un certo risentimento per qualcosa. Per esempio, in maniera impersonale, si può dire “tutti lamentarono la sua morte”, mentre in maniera personale ci si può lamentare delle avversità che riserva la propria cattiva sorte. Queste possibilità linguistiche insite nel termine riflettono le sfumature psicologiche del lamentarsi. Le forme impersonali del verbo, per esempio, paiono suggerire il fatto che l’esistenza possa presentare vicissitudini oggettivamente non semplici dinanzi alle quali tutti gli uomini tendono ad esprimere un grido di dolore, come appunto quando si lamenta una perdita significativa. Oppure si pensi per un attimo al fatto che il lamentarsi possa essere spesso associato al periodo della gravidanza: anche nella fase che precede e accompagna una nascita può essere presente tale inclinazione, e ciò costituisce una spia importante di quanto il lamentarsi possa essere strettamente connesso con la vita stessa. Da questa punto di vista, quindi, il lamentarsi sembra decisamente una caratteristica intrinseca di ciò che è umano, visto il suo stretto legame con ciò che esiste di più tipicamente umano, ovvero sia nascita e morte. Mentre le forme personali dell’azione del lamentarsi paiono tirare maggiormente in ballo la soggettività dell’individuo: richiamano la storia personale del singolo e il modo che ha di vivere quanto accade in uno specifico momento della vita. In questo breve articolo, tralasceremo volutamente le forme impersonali del lamentarsi, che meriterebbero un’ampia trattazione a sé stante considerata la vastità delle implicazioni che le accompagna, e ci focalizzeremo sulla soggettività celata dietro alcune forme di lamentela.
Da una prospettiva strettamente diagnostica, la tendenza a lamentarsi è un tratto psichico ben riscontrabile nella depressione e nel narcisismo. La persona depressa tende spesso a lamentarsi molto, in maniera un pochino generica, perché tutto viene avvertito e vissuto come un peso, e quasi tutto comporta una fatica spropositata affinché possa essere affrontato. Le lamentele sono più che altro il frutto di una stanchezza mentale e fisica che non riesce ad essere espressa altrimenti. Molte volte lo stesso paziente depresso riconosce il suo lamentarsi come non del tutto “realistico”, nel senso che è come se egli stesso percepisse il suo vero problema non tanto legato ad una situazione contingente di cui si duole, quanto ad un qualcosa che risiede in un altrove psichico che non riesce tuttavia a cogliere. Mentre la persona con un marcato narcisismo potrebbe tendere a lamentarsi del fatto che gli altri non la apprezzino quanto dovrebbero, che sono in qualche modo incapaci di cogliere alcune sue qualità rare, e via dicendo. In entrambe le situazioni, possiamo dire che si ha a che vedere con epifenomeni dovuti alla struttura stessa della personalità che costituiscono importanti segnali diagnostici di aiuto nell’entrare in relazione con il sentire di alcuni pazienti. Tuttavia, considerare il lamentarsi soltanto in relazione ad un processo diagnostico pare piuttosto riduttivo, perché finisce con il non captare l’estensione globale di questo vissuto psicologico.
Inoltrandoci meglio in una descrizione del modo in cui si manifesta il lamentarsi,  possiamo distinguere tra una lamentela sporadica, una specifica, ed una più generale. Il lamentarsi sporadico è simile ad uno sfogo che agisce psicologicamente come una sorta di abreazione: condividendo la situazione specifica oggetto di lamentela, le emozioni ad essa connesse subiscono una sorta di catarsi per il fatto stesso di essere rivissute durante il racconto che se ne fa a colui/lei che sta ascoltando con partecipazione emotiva lo sfogo. Le lamentele sporadiche possono riguardare il quotidiano di ognuno di noi, sono quindi forme di lamentela che non vanno oltre la situazione del qui e ora e che non attivano vissuti psicologici più profondi. Proprio in virtù di ciò le emozioni connesse all’evento possono essere “digerite” tramite questo semplice processo di abreazione.

Il lamentarsi specifico è qualcosa che si ripete più e più volte e sempre in relazione alla stessa situazione. In tal caso, purtroppo viene da aggiungere, l’abreazione tramite sfogo funziona solo in minima parte. Molte volte si assiste ad un lamentarsi specifico quando ci si misura con qualcosa di più grande, per esempio con una malattia terminale. E’ come se il lamentarsi specifico nascondesse un senso di impotenza, di scacco esistenziale. Psicologicamente è come se ci si trovasse in una situazione simile a quella che deve aver sperimentato il Giobbe dell’Antico Testamento, sarebbe a dire dinanzi ad una serie di eventi piuttosto scoraggianti, immeritati tra l’altro, di cui si fa fatica a coglierne il senso. Un contatto continuo con qualcosa di frustrante, che a lungo termine può logorare, e che in ogni caso sottopone a dura prova.

Il lamentarsi generico, invece, come suggerisce l’aggettivo stesso riguarda le più svariate situazioni: il traffico, il lavoro, la qualità dei servizi, il tenore di vita, e via dicendo. Può nascondere una rabbia generalizzata, oppure tramutarsi in rassegnazione. Una rassegnazione per lo più composta, ben scorgibile in chi sente la propria vita ferma in un punto da cui è difficile immaginare ulteriori evoluzioni. Entrambe, rabbia generalizzata e rassegnazione, possono progressivamente scivolare verso un’assenza di speranza, che è forse una delle peggiori condizioni possibili per l’essere umano.

Senso di impotenza, mancanza di significato, rabbia, rassegnazione, assenza di speranza, tutti vissuti emotivi difficili e che tendono a far “spostare” il focus psicologico di una persona verso la realtà esterna, a discapito di quanto accade internamente. Un processo automatico, perché se qualcosa non va all’esterno, si è naturalmente inclini a trovare una soluzione esterna che tenti di ristabilire un certo ordine nella propria vita. Un modus operandi che può anche essere utile, ma che non può non essere affiancato da un cercare di capire come quanto sta accadendo venga recepito globalmente dall’intera personalità. Un buon percorso psicologico, rispetto a queste situazioni, può essere di aiuto proprio nel non cadere eccessivamente dentro queste trappole esistenziali: è forse nei momenti più difficili, che è maggiormente utile rivolgere lo sguardo anche verso quanto accade dentro di noi, perché ciò aiuta a riflettere su quali possono essere i nostri reali bisogni. In un interessante saggio sul narcisismo Nathan Schwartz-Salant mostra come in genere l’emozione rabbia possa essere superata solo se trasformata in bisogni di cui l’individuo stesso cerca di farsi carico, attraverso un’elaborazione consapevole di quanto accade e accettando eventuali nuove frontiere per il proprio senso di identità personale. Un’apertura ad un rinnovamento psichico che comprenda anche i bisogni sommersi dalla rabbia. Analogamente, vissuti emotivi come quelli sopra citati, per lo più offuscati dal lamentarsi, comportano la necessità di spostarsi verso un piano del sentire allo scopo di non rimanere cronicamente “bloccati” dalle proprie emozioni. Detto in altro modo, senza una consapevolezza del proprio sentire emotivo c’è il rischio che siano le emozioni ad avere noi, e non noi ad avere delle emozioni. Ovvero non si prova una rabbia, un’impotenza, o una rassegnazione da cui ce ne si può anche distaccare, ma se ne viene, anche talvolta quando vengono trovate le giuste soluzioni esterne, dominati. Un piano del sentire che le varie forme di lamentela ci ricordano di non trascurare.

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