“L’ex moglie del mio compagno piange al telefono ogni volta che parlano delle figlie, continua a dirgli che le bambine stanno male, che ha distrutto una famiglia per una…e via con una serie di epiteti irripetibili. Con il suo stillicidio quotidiano ci sta togliendo entusiasmo e ci costringe a vivere in uno stato di cronica tensione. Ogni volta che abbiamo un week end libero chiama perché c’è qualche emergenza da risolvere; per non poi parlare delle continue richieste economiche che sottopone ora per un motivo, ora per un altro… Tutto sommato, non vuole riconquistare l’ex marito, punta solo a destabilizzare la nostra coppia.” E’ solo un piccolo esempio estratto dalla pratica quotidiana, ed ovviamente se ne potrebbero scegliere molti altri, ma ha il pregio di far cogliere con immediatezza come l’essere oggetto di invidia possa far male, ferire, perché tale forma di invidia chiama direttamente in causa l’identità di un’altra persona. Punta a colpire quanto una persona ha, ma soprattutto quello che un individuo é.

E’ un’invidia radicale, che distrugge. Non è un genere di invidia che può essere trasformata in ammirazione, né emulazione; né, tantomeno, è un tipo di invidia su cui poter riflettere simbolicamente, ovvero sia che contiene in sé la spinta ad evolversi perché si intuisce che l’oggetto di invidia rappresenta qualcosa che più che altro è carente nella propria vita e che, se integrato con il resto della personalità, potrebbe favorire una maggiore pienezza di se stessi. E’ un’invidia molto più cieca e nera perché esclude la possibilità che quanto invidiato possa essere raggiunto. A causa di questa impossibilità è così pesante, e piena di odio e rabbia. E’ una condizione viscerale, che, questo va detto, è spesso fonte di dolore per entrambi, l’invidioso e l’invidiato. Un tipico esempio di questa invidia più assoluta è costituito dal rapporto che le sorellastre di Cenerentola instaurano con la stessa Cenerentola. Cercano di umiliarla, la tengono in schiavitù, non vogliono, e fanno di tutto in proposito, che partecipi al ballo indetto dal principe, perché sanno benissimo che Cenerentola possiede delle qualità femminili naturali che esse non avranno mai. In un certo senso, è un’invidia inconsciamente legata al non voler vivere fino in fondo una perdita: nell’esempio di inizio articolo, la perdita del partner; nel caso delle sorellastre di Cenerentola, la perdita della possibilità di essere in un certo modo.

Nei suoi scritti più “relazionali”, per esempio in “La Psicologia della Traslazione”, Carl Gustav Jung parla spesso di “contagio psichico” e di “comune inconscietà” per sottolineare come in una relazione tra due persone, inclusa quella analista-paziente, determinati contenuti psichici, più o meno coscienti, dell’una possono avere la capacità di attivare contenuti psichici speculari nell’altra. Facciamo qualche esempio in cui può imbattersi chiunque: se si guida la propria macchina con di fianco un amico che blocca il respiro e balza su ad ogni pie sospinto, è probabile che una certa agitazione si impadronisca di noi e del nostro modo di guidare; se vediamo un film in compagnia di una persona dotata di una risata fragorosa, possiamo essere afferrati da una certa allegria. Tornando alla nostra invidia, si può dire che se una persona è oggetto di un’invidia carica di rabbia e odio, è naturale che emozioni così forti possano suscitare rabbia e odio anche nella persona che viene invidiata. Detto in termini molto pragmatici, tale tipo di invidia, con tutte le potenti emozioni che si porta dietro, ha la capacità di trascinare dentro un conflitto, che tende a tramutarsi in una guerra privata, la persona che si sente invidiata.

E’ questa la migliore risposta che si può fornire all’essere invidiati? Se l’invidia punta a colpire l’identità, farsi trasportare da emozioni così violente è la strada più opportuna da seguire per tutelare il proprio senso d’identità? Se prestiamo attenzione a quell’immenso patrimonio psichico rappresentato dal mondo delle fiabe, sembrerebbe di no. La stessa Cenerentola aspetta, sia pur attraversando giornate ed ore di intensa angoscia, il suo momento per incontrare il principe senza lasciarsi accecare dall’odio verso le sorellastre e la matrigna. E pare che questo sia l’atteggiamento giusto affinché lei possa incontrare la fata buona ed altre figure soccorrevoli. Cercando di esprimerci in termini maggiormente psicologici, è come se la posizione non conflittuale assunta da Cenerentola permettesse l’attivazione di risorse interiori positive. Vediamo adesso una fiaba africana, “Il Gallo Meraviglioso”, che ci facilita nell’approfondire quanto appena detto. La storia, in breve, è questa:

Mancava poco al tramonto, il cielo, tutto colorato di arancio, prendeva in prestito dalla notte il suo travestimento più enigmatico. Nella città pervasa dal rumore di un torrente, un vecchio vicino a morire chiamò il suo unico figlio e gli disse: “Ascolta mia dolce creatura, presto ti lascerò per ricongiungermi con i nostri antenati. Ho pensato a te, io ti lascio in eredità il gallo meraviglioso che ha fatto la fortuna di mio padre, affinché assicuri anche per te la ricchezza. Grazie a lui potrai avere una vita felice e fare sempre l’elemosina ai poveri. Non è un gallo che si incontra in tutti i pollai. Da più generazioni viene tramandato di padre in figlio. Tu veglierai d’ora in poi su di lui con molto impegno”. Morto che fu il padre, il figlio organizzò un grandioso funerale dove convocò i parenti e gli amici. Trascorso il periodo del lutto, il giovanotto decise di partecipare col suo gallo da combattimento a molti tornei, dove si trovò a lottare con i migliori galli del mondo. Per molti anni il gallo vinse tutti i combattimenti, procurando al suo proprietario fortuna e considerazione. Tutti i re lo volevano comprare, ma egli non accettò di sbarazzarsene nemmeno quando glielo avrebbero acquistato a peso d’oro. Diventato potente e ricco, costruì un immenso palazzo sulle rovine della sua vecchia capanna di paglia. Aveva tanti servi e procurava molto lavoro alla gente che aveva d’intorno. Creò una scuola per i fanciulli del villaggio dove apprendevano la conoscenza di molte discipline.

Questo successo non avvenne senza suscitare molte gelosie! Una sua vicina, invidiosa della sua felicità, decise di rendergli la vita più dura. Ella ebbe l’idea di seminare del mais da portare al gallo e questi si precipitò sui chicchi appetitosi e non smise di mangiarli finché non fu sazio: diventò così grasso che poteva appena camminare.

Fu a quel punto che la crudele donna andò a far visita al suo vicino e gli disse: “Il tuo gallo ha rubato il mio mais e non mi è rimasto niente da mangiare”. Il giovane, imbarazzato, rispose: “Cara amica, calmati, ti pagherò il tuo mais!”

“No!” esclamò lei “no, no e poi no! Io rivoglio il mio mais, quello che il tuo gallo ha mangiato! Uccidi il tuo gallo e rendimi il mio mais!”.

L’atmosfera era tesissima, piena di elettricità, come quando sta per scatenarsi un temporale. L’ingannatrice, piena di collera, resa cieca dalla cupidigia, si mostrò irremovibile. Disperato il giovane gli offrì tutte le sue ricchezze, il suo palazzo, i suoi gioielli, i suoi diamanti, al fine di salvare il gallo, ma non servì a farle cambiare idea. Imperturbabile, la donna considerava la sua decisione non negoziabile. Il problema fu portato davanti al garante della legge che ascoltò la discussione. Gelosi come erano, tutti i membri della Giuria richiesero la morte del colpevole che con la pancia piena sonnecchiava nell’orto; andarono a prenderlo e lo sbuzzarono. I chicchi di mais furono restituiti alla proprietaria ma intanto il povero volatile, non resistendo alle ferite, morì. Crudelmente provato da questa ingiustizia, il giovane deperì a vista d’occhio. Colpito dal dolore, era distrutto e ogni giorno più triste. Sotterrò in segreto il cadavere del gallo dietro il suo palazzo e, ferito nel profondo dell’animo, si rinchiuse per molti mesi nella sua abitazione. Un giorno, nel posto dove riposava il gallo, nacque un mango dai frutti allettanti. La vicina invidiosa, che era ghiotta e sfrontata, andò a chiedere un frutto al proprietario del mango, che non rifiutò. La donna fece venire il suo unico figlio e lo spinse a mangiarne anche lui. Così ne colsero molti, al posto di uno solo. Il giorno dopo, al levarsi del sole, in assenza del proprietario dell’albero, il figlio della donna cattiva andò di nuovo, questa volta senza autorizzazione, a cogliere i deliziosi frutti. Salito in cima al mango, sceglieva quelli più maturi e li mangiava, ma stupidamente lasciava cascare i noccioli e le bucce in terra. Il proprietario dell’albero, tornando dalla sua passeggiata, si accorse del fanciullo appollaiato lassù su un ramo dell’albero; questi masticava un frutto e sembrava completamente indifferente alla sua presenza. A un tratto un mango, sfuggito dalle mani del ladruncolo, cascò sulla testa del proprietario. Furioso e assetato di vendetta, l’uomo batté il gong e radunò tutto il villaggio.

Appena tutti furono riuniti, egli dichiarò minaccioso: “Chi ha mangiato i miei manghi deve restituirmeli!” Tutti i presenti approvarono.

Informata dell’Assemblea, la madre del colpevole si presentò tutta trafelata e disse al proprietario: “Bene ti restituirò i tuoi frutti!”

Ma lui, ricordandosi della morte ingiusta del gallo, le disse “Oh donna, poiché la tua giustizia fu buona per il passato, questa lo sarà di nuovo in questo giorno. Io ti reclamo proprio quei frutti che sono stati mangiati da tuo figlio”.

Il Consiglio dei saggi riconobbe ch’egli era in diritto di esigere una giustizia equa. Piangendo e supplicando il suo vicino, la donna offrì tutti i suoi poveri beni in cambio della vita del figlio. Niente da fare, secondo la legge, il ragazzo doveva subire la stessa sorte del povero gallo. Tuttavia l’uomo dichiarò che era pronto a perdonare tutte le cattiverie passate. Egli si ritirò dunque nel suo palazzo, lasciando salvo il figlio della vicina. Il giorno dopo questo fatto, il mango cominciò a dare dei frutti d’oro. Si dice che ne fornisca ancora.”

Come si nota bene dalla lettura della fiaba, quando il proprietario del gallo rinuncia a contro agire la rabbia, sacrifica la possibilità di vendicare la morte del gallo, il mango inizia a produrre frutti d’oro. Provando ad interpretare psicologicamente tale aspetto del racconto, è come se la rinuncia ad agire la rabbia, e la comprensibile voglia di vendetta, potesse dare origine a qualcosa di psichicamente prezioso e duraturo, d’oro appunto. Ma perché dovrebbe essere così? Marie-Louise Von Franz, esponente di grande rilievo della psicologia analitica, può aiutarci a trovare una possibile risposta. In “L’Ombra e il male nella fiaba” scrive: “La natura contagiosa di un affetto o di un’emozione rappresenta un grande pericolo ed è in gran parte all’origine del male” (Von Franz, 1995, pag. 170). Per argomentare in maniera più ampia il suo punto di vista, Von Franz fa osservare come questi affetti vadano posti in relazione con ciò che lei chiama “male”, perché sono così potenti che, se non gestiti e controllati, privano una persona del suo atteggiamento umano facendole perdere ciò che ha di più importante, sarebbe a dire la sua umanità. Una vicenda mitologica molto illustrativa in proposito è quella di Medusa. Quest’ultima, prima di essere una figura capace di pietrificare chiunque ne incrociasse lo sguardo, era una bellissima fanciulla. Il mito narra che Poseidone, potentissimo dio del mare, se ne innamorò e la sedusse. I due amanti usavano giacere e incontrarsi all’aperto, ma un giorno scelsero come alcova per il loro amore un tempio di Atena. Allora la dea stratega e bellicosa, in preda a rabbia e invidia, si avvicinò ai due amanti coperta da uno scudo e trasformò la bellissima Medusa in una sorta di mostro con zanne di cinghiale, capelli serpentini, e criniera leonina, che le conferivano un aspetto sospeso tra l’umano e il bestiale. La trasformazione di Medusa può essere descritta in termini junghiani come l’equivalente di un blocco nel processo di individuazione di una singola persona, ovverosia una paralisi di quel processo esistenziale che conduce un individuo a sviluppare pienamente le varie sfaccettature della propria personalità e far percepire la propria vita come dotata di senso. Non a caso Medusa non riesce più ad evolversi, a sperimentare un fluire delle varie fasi esistenziali, e finisce con il rimanere cronicamente intrappolata dalla potenza dei suoi impulsi distruttivi. Sia consentito il ricorso ad un altro passo della Von Franz, questo tratto da “L’individuazione nella fiaba”: “Una persona il cui processo di individuazione è bloccato accuserà forse problemi di potere o di prestigio, problemi sessuali o di salute o tutta una serie di altre difficoltà. In altri termini, tutti i suoi comportamenti impulsivi e secondari risulteranno disturbati. Se invece il flusso esistenziale scorre di nuovo nel canale principale, tutte le ramificazioni secondarie si normalizzano e ogni disturbo sparisce” (Von Franz, 1987, pag. 139). Medusa pietrifica gli altri, ma psicologicamente si potrebbe dire che il suo sviluppo individuativo è rimasto vittima di impulsi e emozioni “violente” che non riesce a gestire. Medusa è stata trasformata dall’invidia di Atena, e ciò è quanto rischia di accadere a chiunque è sottoposto a continui attacchi di invidia.

In conclusione di questo articolo, possiamo dire che essere oggetto di invidia suscita emozioni così pervasive e arcaiche che rischia di fermare quel fluire interiore che contribuisce in maniera significativa alla costruzione di un intimo senso d’identità, e a tal proposito sembrerebbe che la nostra personale conquista dell’oro, che tante fiabe ci propongono, pare consistere nel non permettere a degli impulsi di allontanarci dal contatto con noi stessi.

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