La sindrome da Dipendenza dal Lavoro o sindrome da workaholism si  caratterizza per la tendenza di un individuo a lavorare fino a tal punto da far insorgere in se stesso una dipendenza nei confronti del lavoro. Il termine workaholism, utilizzato per la prima volta nel 1971 da Wayne Edward Oates nel suo libro “Confessions of workaholics: the facts about work addiction”, fa un esplicito riferimento all’alcolismo proprio per via delle analogie che tale condotta ha con quella dell’alcoldipendenza. La pioneristica confessione di Wayne Edward Oaetes ha aperto la strada ad una serie di studi sull’argomento: particolarmente degno di nota il lavoro documentaristico di Marylin Malchlowitz del 1976, e gli studi molto ampi di Gerhard Menzel e di Bryan Robinson. Il complesso di queste, ed altre successive ricerche, ha condotto ad una descrizione puntuale di questa sindrome così come la conosciamo al giorno d’oggi. Da un punto di vista strettamente comportamentale, la sindrome da Dipendenza dal Lavoro, si manifesta tramite il dedicare spazio materiale e mentale al lavoro anche nel tempo libero, nei week-end, e nei periodi di ferie; per il trascurare le relazioni affettive; per l’incapacità a rilassarsi; per il far ruotare tutta la propria giornata in relazione al lavoro. Le principali difficoltà psicologiche si esplicano, d’altra parte, soventemente per mezzo di stati ansiosi legati al perfezionismo, senso di vuoto nei rari momenti di non lavoro, insonnia, senso di onnipotenza, difficoltà nel mantenere relazioni affettive intime e profonde, ed infine talvolta con l’utilizzo di sostanze.
Il paragonare l’eccesso di lavoro ad altre forme di dipendenza può suonare come una bestemmia irrispettosa nei riguardi di persone che lavorano moltissimo. Per diverse ragioni. Perché il lavoro soddisfa i bisogni primari, assegna un ruolo sociale, gratifica l’autostima, contribuisce al sentirsi un cittadino nel senso più ampio del termine. Eppure ci sono somiglianze psichiche con l’alcolismo: ciò che accomuna le due dipendenze è la presenza di tolleranza e astinenza. In breve, la persona che soffre di Dipendenza dal Lavoro, non diversamente da quanto accade all’alcolista o a coloro che utilizzano sostanze, è costretta ad  aumentare progressivamente la dose di lavoro per raggiungere il “benessere” desiderato e per evitare di vivere quel disagio che si manifesta nei momenti in cui è impossibilitata a lavorare. Ad un certo punto della sua vita, la persona con Dipendenza dal Lavoro, non lavora più per vivere ma vive per lavorare.
Si potrebbe obbiettare: “Ciò che viene chiamato Dipendenza dal Lavoro, non può più semplicemente essere una grande passione?” La realtà clinica insegna che non è propriamente così. Nella dipendenza non c’è più piacere e/o gioia, il tutto avviene in automatico. Un qualcosa va fatto, perché la realtà è così. Perché la vita è così. Nel dipendere da un’attività la persona si identifica con un ruolo, con il suo ruolo. Una persona può ritenersi “il risolvitore di problemi”, un’altra definirsi “il genio della programmazione”, un’altra ancora credere di essere “il dottore tra i dottori”, evia dicendo. In tutte queste espressioni è presente una sorta di “Io Sono”. Detto in altre parole, la Dipendenza dal Lavoro è molto egoica, nel senso che aiuta una persona a definirsi, a trovare un’identità che costituirà per molto tempo un abito psichico confortante. Quando invece una persona ha una passione, egli sa appunto di avere qualcosa e non di essere qualcosa.
Lavorando con le persone che soffrono di Dipendenza dal Lavoro, si può riscontrare come abbiano puntato su un’attività, mettendoci impegno, intelligenza, sopportando fatica, per trovare una fonte di gratificazione e apprezzamento personale capace di “coprire” altre ferite, spesso di origine familiare, lasciate dalla vita. Un andare in alto, un puntare in alto, volto anche ad evitare un lancinante senso di vuoto e quella madre di tutte le ferite legata al non essersi sentiti sufficientemente amati. Più che ambizione, un modo per sopravvivere e adattarsi all’esistenza. Tale “strategia”, spesso, con il raggiungimento di una certa posizione professionale e con il passare degli anni inizia a mostrare segni di cedimento.
Osservate con un occhio privo di pregiudizi, è come se queste persone avessero qualcosa di eroico, vista la loro determinazione e concentrazione di energia verso qualcosa che va fatto. In “L’Individuazione nella Fiaba”, Marie-Louise Von Franz sostiene che gli eroi della mitologia comparata si caratterizzano per il sapere istintivamente cosa deve essere fatto. Più nel dettaglio scrive: “E proprio questa la caratteristica dell’eroe: non discutere e fare ciò che deve essere fatto, il che rivela un’insolita unità della personalità.” (1987, pag. 91). Ciò probabilmente è anche quanto accade alla persona con Dipendenza dal Lavoro: saper bene in che direzione viaggiare e su quali traguardi concentrare le proprie  energie. Ad un certo punto, tuttavia, è come se lo stesso individuo cominciasse ad intuire che la propria realtà interiore è fatta di Luci e Ombre, Bianco e Nero, Maschile e Femminile, Coscienza e Inconscio. In altre parole, è come se intravedesse, o riscoprisse, la propria complessità e umanità.
In un suo saggio, “Gli Stadi della Vita”, Jung distingue tra una prima parte dell’esistenza votata a crescita ed espansione, ed una seconda caratterizzata da una maggiore introspezione: la prima coincide con l’uscita dalla casa natale, con un sentirsi un cittadino che fa pienamente parte di una comunità, con il raggiungere un certa posizione sociale; la seconda, quella della maturità, coincide sostanzialmente con il riuscire a vivere una vita soggettivamente percepita come dotata di senso. In buona parte, il disagio che vive chi soffre di Dipendenza dal Lavoro pare legato alle difficoltà nell’entrare in questa seconda fase dell’esistenza, che necessita, per così dire, di un nuovo schema di gioco. Non più l’atteggiamento eroico capace di far compiere grandi imprese, ma un atteggiamento che riesca ad integrare al meglio i propri punti forti con quelli più fragili. Un passaggio non facile, perché implica un pochino il lasciare morire l’eroe che è in noi,  per far spazio all’uomo nella sua totalità che alberga in noi. E forse un primo grande passo rispetto a questa delicata transizione, per una persona così tanto caratterizzata da una psicologia eroica, consiste proprio nel chiedere aiuto ad un altro essere umano.

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