Dagli anni 90 del secolo scorso si è iniziato a parlare ampiamente e ovunque di come le nuove tecnologie, in particolare l’uso costante della rete, influenzino la forma mentis, le relazioni, la cultura, le abitudini, i comportamenti, gli atteggiamenti delle persone. Studiosi di antropologia, sociologia, economia, politica, e naturalmente anche di psicologia, hanno cercato di fornire un contributo rispetto ad un argomento così vasto e complesso, ognuno seguendo la propria prospettiva di osservazione. Tutto ciò per premettere che questa tematica può essere analizzata da varie angolazioni, e che, in questo breve articolo, senza avere nessuna pretesa di esaustività, verrà trattata solo da un punto di vista psicologico.

Limitandoci quindi al nostro ambito di interesse, possiamo iniziare con il dire che il primo studioso che ha osservato come internet possa produrre dipendenza sia stato lo psichiatra statunitense Ivan Goldberg (1995). Ad egli si deve l’espressione Internet Addiction, ovverosia Dipendenza da Internet, che coniò per evidenziare come alcune persone mostrassero i tipici fenomeni, quali astinenza e tolleranza, ben presenti nelle classiche forme di dipendenza legate ad alcool o droghe, nel momento in cui erano impossibilitati ad accedere in rete. Questa osservazione iniziale di Goldberg ha portato egli stesso, e in seguito altri studiosi, a chiedersi quanto la Dipendenza da internet fosse un qualcosa di a se stante, quindi un qualcosa di nuovo e unico con cui confrontarsi e misurarsi, oppure in che misura fosse una variante moderna di altre forme più classiche di dipendenza, le quali “servono” generalmente alla persona dipendente per difendersi da forti stati di ansia e/o depressione. Una questione basilare a cui cercare di rispondere, secondo Goldberg, perché da essa discenderebbe l’impostazione di una buona prassi terapeutica. Influenzata dal pensiero di Goldberg, Kimberly Young (1997-1998) ha cercato di riprendere tale questione tentando di osservare in maniera più precisa i modi in cui si palesa l’Internet Addiction. Questa studiosa, fondatrice del Center for Online Addiction statunitense, ha individuato 5 forme specifiche di dipendenza online:

  • Dipendenza Cibersessuale, caratterizzata dall’utilizzo compulsivo di materiale pornografico e di chat room per soli adulti.
  • Dipendenza da relazioni virtuali, che di fatto tendono a sostituire, senza che le persone ricercate online vengano fisicamente conosciute e incontrate, la vita affettiva sia familiare, sia amicale. Ben presto, in queste situazioni, la vita online assume un ruolo di primo piano rispetto a quanto accade fuori dalla rete.
  • Dipendenza da Gioco D’Azzardo, che può comprendere video-poker, scommesse online di ogni risma, casinò virtuali, giochi interattivi di ogni genere. In questa forma di dipendenza è spesso presente una cospicua perdita di denaro, o più in generale una condotta finanziaria piuttosto rischiosa che può finire con l’incidere pesantemente sulla stabilità economica della persona colpita da tale dipendenza.
  • Dipendenza da Eccesso di Informazioni (Information Overloaded), riguardante in genere quelle persone che finiscono con l’impiegare una sempre maggiore quantità di tempo nella ricerca di informazioni sui più svariati argomenti.
  • Dipendenza da Gioco al Computer, che si caratterizza per la tendenza al coinvolgimento in giochi virtuali e di ruolo in cui è molto presente il ricorso ad un’identità fittizia che pare, nei casi in cui tale forma di dipendenza è piuttosto accentuata, sostituire la personalità reale dell’individuo.

Queste precise, e certamente utili, ricerche della Young, hanno consentito una visione più globale della Dipendenza da Internet, ma allo stesso tempo hanno ampliato a dismisura il dibattito su come inquadrare da un punto di vista diagnostico quanto osservato. Negli studi svolti in Italia, per esempio in quelli portati avanti da Cantelmi (2000) o da Pravettoni e Guberti (2004), ci si è posti la questione di quanto le forme di dipendenza dalla rete legate al gioco d’azzardo costituiscano in realtà un disturbo degli impulsi; di quanto le forme di dipendenza legate alla sessualità e alle relazioni rappresentino una possibile espressione comportamentale di un disturbo sessuale; di quanto l’eccessiva e smodata ricerca di informazioni sia in realtà una manifestazione di un disturbo ossessivo-compulsivo; o più in generale di quanto la rete possa rinforzare una qualche tendenza all’evitamento presente nel soggetto.

Il voler cercare necessariamente una classificazione univoca, richiesta ad onor del vero molto più sentita oltreoceano che non nel nostro contesto, ad un fenomeno complesso e variegato come l’Internet Addiction, pare più un qualcosa che vorrebbe sforbiciare con una risposta netta le difficoltà cliniche che si trova ad affrontare l’operatore che lavora con queste forme di dipendenza, piuttosto che un qualcosa di realmente capace di cogliere l’essenza di quanto ci si trova dinanzi. A nostro parere, in sostanza, sembra più opportuno un affidarsi alla propria esperienza e sensibilità clinica per capire cosa realmente ci fronteggia, tenendo ben presente che comportamenti in apparenza simili possono celare i mondi interni più svariati dei vari individui, anziché un inseguire rassicuranti risposte univoche che tuttavia corrono il rischio di tralasciare importanti sfumature delle dipendenze da internet.

Ampliando questo modo di approcciare l’Internet Addiction, troviamo utile soffermare il nostro sguardo su alcune caratteristiche uniche di talune dipendenze dalla rete, anziché su quelle forme di dipendenza da internet che presentano strette analogie con dipendenze da alcool o droghe, o con quelle forme di internet addiction che mostrano una certa co-morbilità con altre difficoltà psicologiche. In rete si può coltivare l’idea di avere migliaia di amici, si può scrivere contemporaneamente a tante persone, si può reperire ogni informazione, e in genere anche ogni prodotto. Tutto pare essere a portata di mano, anche la possibilità di essere qualcun altro. Detto in termini maggiormente psicologici, la rete, con questa sua peculiare compressione dello spazio e del tempo, può attivare un certo senso di onnipotenza e rispondere a bisogni legati al proprio senso di identità e di appartenenza. Il tutto garantendo un certo senso di protezione. Dietro alcune Dipendenze da Internet si cela una forte domanda di cambiamento, una certa insoddisfazione per lo stato attuale. Soffermiamoci per un attimo al fenomeno osservato inizialmente in Giappone, e da qualche anno conosciuto anche nel contesto europeo e italiano, degli “Hikikomori”, cioè di quei ragazzi/e che scelgono di isolarsi dal mondo esterno per settimane, mesi, persino anni. Non escono mai di casa, e sostanzialmente comunicano ed interagiscano con gli altri solo attraverso la rete. Ora, il fatto che una persona non esca mai di casa, non implica necessariamente che trascorra tutto il suo tempo in rete, potrebbe infatti benissimo starsene sola in camera, tuttavia è rilevante notare come tale fenomeno sia possibile oggi, e non in periodi storici precedenti, perché disponiamo di una tecnologia che può permettere ciò. Naturalmente non si vuol criticare la rete in sé, che come tutti gli strumenti presenta possibilità positive e negative, bensì si sta solo riflettendo sul modo in cui potrebbe essere usata. In Giappone il comportamento degli hikikomori viene per lo più interpretato, molto interessanti gli studi di Saitò in proposito, come un segno di ribellione verso una società sentita come soffocante e rigida che chiede in primo luogo un’adesione conformistica alla vita di gruppo. La società italiana è molto meno rigida di quella giapponese, tuttavia possiamo immaginare che il meccanismo psichico sottostante dei ragazzi/e italiani sia lo stesso degli Hikikomori giapponesi. E’ come se in quello spazio privato si stesse cercando di trovare la propria individualità. Quanti sono gli hikikomori in Italia? Difficile quantificare con certezza il fenomeno, più facile dire, secondo i dati della Società Italiana di Psichiatria, quanti italiani passano più di 8 ore al giorno online: circa 3 milioni. Naturalmente non significa che siano hikikomori, però possiamo ipotizzare che questo dato celi talvolta un certo malessere. Se questo uso così massiccio della rete nasconde talvolta la ricerca della propria soggettività più sentita, come possiamo aiutare queste persone a relazionarsi diversamente a questa spinta interiore evitando che esse cadano vittime di un certo isolamento e/o di tentazioni di potenza facilmente soddisfatte dalla rete? Non abbiamo certezze assolute in questo campo, tuttavia possiamo ipotizzare con una ragionevole fiducia che un buon percorso terapeutico può essere utile proprio se riesce a “vedere” questa forma di dipendenza non solo come un sintomo da eliminare, bensì come un qualcosa che nasconde, come dicevamo poc’anzi, un’istanza interna di trasformazione insita nella persona, che deve però ancora trovare il modo per “manifestarsi” in uno spazio e in un tempo diverso dallo spazio e il tempo vissuto in rete.

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