La disabilità è possibile definirla in relazione al grado di autonomia di una persona: minore è la possibilità/capacità di muoversi autonomamente nella vita, maggiore è il peso esistenziale che la disabilità assume per chi manifesta delle disabilità. La tematica “disabilità” viene generalmente affrontata da una prospettiva legislativa e sociale: si cerca di favorire il reinserimento lavorativo della persona diversamente abile, ci si occupa dell’abbattimento delle barriere architettoniche, si cercano soluzioni per favorire l’apprendimento scolastico, e via dicendo. Iniziative e prospettive lodevoli che hanno certamente contribuito nel far sviluppare una più acuta sensibilità al tema, rispetto ai decenni precedenti, ma che non sono riuscite a debellare del tutto, come il minuzioso lavoro di Ervin Goffman mostra chiaramente, un atteggiamento di stigmatizzazione sociale, sostanziato da  una sfiducia di fondo verso il disabile, comunque piuttosto diffuso verso la disabilità in genere. Tale processo di stigmatizzazione sociale, ha rilevato lo stesso Goffman, ha dei riflessi sull’identità personale del disabile: la rappresentazione sociale negativa della disabilità può cioè condurre ad una progressiva negazione dell’identità personale della persona disabile. In poche parole, secondo questo autore, l’identità del disabile finisce per tramutarsi in un’identità negata: una specifica disabilità, uditiva, visiva, motoria, cognitiva, per fare degli esempi, si trasforma in un qualcosa che definisce in toto la persona. La persona non ha più delle disabilità, ma diviene un disabile a 360° gradi. Una disabilità generale che nega intrinsecamente l’autonomia tanto agognata dalla persona diversamente abile. Per cogliere a fondo quest’aspetto, pensiamo per un attimo a come quasi tutte le persone che compongono la popolazione facciano, quando intervistate in materia, fatica anche ad immaginare che una persona con una sindrome di Down possa per esempio desiderare una vita sessuale. Come se la persona non avesse sentimenti, desideri, bisogni, e altro. Come se la persona fosse solo una diagnosi. Una sorta di null’altro che.

Trasportando il discorso su un piano specificatamente psicologico, possiamo notare come anche in questo ambito alcune diagnosi possano correre il rischio di definire completamente un individuo. Sono per lo più quelle diagnosi che colgono una condizione psicologica che presenta elementi di cronicità, e non le diagnosi in genere. Una diagnosi di schizofrenia, o di autismo per esempio. Molte volte, almeno inizialmente, una persona con una diagnosi cronica pare sollevata dal ricevere una diagnosi. E’ come se trovasse una risposta a tanti interrogativi su un certo modo di funzionare. Incontra delle spiegazioni, e ciò naturalmente la aiuta a conferire più facilmente un ordine e un significato al proprio modo di stare al mondo. Spesso con il trascorrere del tempo, tuttavia, ai propri occhi, e sovente a quelli degli altri, quella stessa diagnosi si rivela una “gabbia”: questo e quell’altro la persona sente di non poterlo fare per il fatto stesso di essere schizofrenica o autistica. La diagnosi stessa diviene cioè di per sé un abito mentale che per principio nega possibilità esistenziali.

In termini di psicologia junghiana potremmo dire che la diagnosi stessa tende a tramutarsi in un complesso affettivo autonomo. Un complesso “è una rappresentazione di una determinata situazione psichica caratterizzata in senso vivacemente emotivo. Questa immagine possiede una forte compattezza interna, ha una sua completezza e dispone inoltre di un grado relativamente alto di autonomia, il che significa che è sottoposta soltanto in misura limitata alle disposizioni della coscienza” (Jung, 1934, pag. 113). Per esempio, l’immagine psichica interna della madre, che si è strutturata nel corso del tempo, tende ad attivarsi autonomamente in tutte quelle situazioni esterne che richiamano la tematica materna anche in senso lato. Tale immagine della madre, ovvero il complesso materno, può costellarsi in relazione alla propria madre personale, alla propria compagna, con la nonna, con la suocera, con la Chiesa, e via dicendo, dando luogo a reazioni emotive e modalità relazionali analoghe nonostante le differenti situazioni. Discorso analogo può essere esteso all’immagine paterna, o meglio al complesso paterno, o ad altri nuclei complessuali che traggono origine dalla storia specifica del singolo individuo. “Alcuni complessi – scrive ancora Jung – nascono da esperienze dolorose o penose della vita individuale. Sono esperienze di tipo affettivo, che si lasciano dietro lesioni psichiche di lunga durata” (Jung, 1920/1948, pag. 336). Certamente una diagnosi che presenta elementi di cronicità può costituire una ferita. Un tipo di ferita che tende ad agire in maniera latente “svuotando” lentamente il resto della personalità, rendendo la persona non autonoma nel senso di schiava della propria diagnosi. Schiava, potremmo dire, del complesso “diagnosi”. Continuando a muoverci nel solco della psicologia analitica, è abbastanza usuale sia osservare come i complessi facciano normalmente parte della “costituzione psichica” (Jung, 1934, pag. 119), sia come a renderne pesante l’effetto non sia la loro semplice presenza, bensì la loro mancata elaborazione. Da ciò ne consegue che una diagnosi cronica deve essere attentamente elaborata.

AI fini di tale elaborazione, per Jung è assolutamente fondamentale il ruolo del sogno. Non a caso in diversi parti della sua opera rimarca come non sia interessato a verificare quali complessi sono rintracciabili in un sogno, bensì a vedere cosa “dicono i sogni sui complessi” di una determinata persona (Jung, 1934, pag.94). Perché il sogno funge come uno specchio interno e permette, grazie a questa sua peculiarità, di riflettere diversamente sulle proprie esperienze e sulle proprie possibilità. Tale specchio interno, il sogno, mostra frequentemente sviluppi che la parte più cosciente della personalità fatica ad immaginare. E ciò è utilissimo in quelle situazioni dove si respira un profumo di cronicità. Per esempio, nella pratica professionale è possibile osservare come in alcuni sogni di persone autistiche sia piuttosto diffuso il motivo del mangiare insieme a tavola, o il motivo del partecipare ad una festa. Momenti di convivialità in cui il sognatore mostra capacità relazionali non del tutto presenti nella vita diurna. Nei sogni di pazienti schizofrenici persone tanto temute, e considerate “cattive” nella realtà, appaiono spesso sotto una luce maggiormente positiva. Come se in tutti questi casi il sogno cogliesse anche altre possibilità e cercasse di restituirle al sognatore.

Il sogno, in sostanza, aiuta la coppia terapeutica ad evitare che uno strumento generalmente di conoscenza, la diagnosi, diventi in situazioni “croniche” un qualcosa che rischia di bloccare l’evoluzione favorevole dello stesso percorso terapeutico. Perché il sogno rende sempre attuale la lezione di alcuni grandi analisti, quali per esempio Jung e Rogers,  secondo cui la vera diagnosi, paradossalmente, è possibile solo alla fine del percorso. Evitando, così  facendo, che essa si tramuti in complesso autonomo all’interno della psiche.

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