La Psicoterapia della Depressione

depressioneA chiunque nella vita capita di sentirsi triste, scoraggiato, svogliato, in giornata no o pieno di sensi di colpa. Ciò può accadere in seguito ad un evento particolare come la morte di una persona cara, la perdita di un lavoro, per la fine  di un amore o di un’amicizia intensa, una catastrofe naturale. Queste sono reazioni fisiologiche ad eventi che suscitano tristezza, dispiacere, scoramento, e  testimoniano più che altro la nostra sensibilità e la ricchezza della nostra affettività. La depressione è un’ altra cosa, è molto più pervasiva, costante nel tempo, intensa. Nella depressione pare che il mondo della persona sia radicalmente cambiato: tutto viene sentito e percepito in maniera differente. In letteratura psicologica, si descrive spesso la depressione come un’alterazione della percezione del tempo e dello spazio.
Il depresso si sente intrappolato tra un passato pesantissimo da sopportare ed un presente eternamente uguale a se stesso. Nella depressione manca il senso del futuro, del progredire, del vivere.
Lo spazio si riduce al luogo che si occupa, e si perde la volontà di “muoversi” altrove. Spesso la persona fortemente depressa, infatti, non riesce nemmeno ad uscire dal letto. Pierre Fédida, uno psicoanalista, illustra  la depressione con la calzante  immagine di una vita che diviene come “gelata”,  priva di parole che possano servire a  raccontarsi e raccontare quanto sta avvenendo.
Il termine depressione è stato utilizzato in psicopatologia per la prima volta dallo psichiatra Mayer negli anni 20 del secolo scorso, per quanto già un altro psichiatra, il francese  Esquirol, nel 1846 descriveva un suo paziente con queste parole: “Appare afflitto da un torpore che impedisce di pensare, una lassità generale che impedisce di agire, abbandona le occupazioni, trascura la famiglia e il lavoro, è indifferente agli affetti, matura idee nere; disperato per la propria nullità che è convinto di non poter superare, desidera la morte”. Nel corso del Novecento eminenti psicoanalisti e psichiatri hanno osservato e descritto diverse aspetti della depressione. Giusto per citarne alcuni, possiamo dire che si è parlato di “depressione endogena” con Freud, di “depressione reattiva” con Bleuler, di “posizione depressiva” con la Klein, di “depressione anaclitica” con Spitz.  I singoli aspetti sui quali si sono soffermati i vari ricercatori sono successivamente confluiti nell’attuale definizione di depressione fornitaci dal Dsm IV, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali più diffuso al mondo.
Nel Dsm IV la depressione è classificata tra i disturbi dell’umore. Il singolo episodio depressivo è considerato diagnosticabile in presenza di 5 o più dei seguenti sintomi presenti per un periodo di tempo almeno non inferiore a 2 settimane:

  • Umore depresso, osservabile sia da se stessi che dagli altri, che dura per tutto il giorno o quasi.
  • Marcata perdita di interesse o di piacere in tutte o quasi tutte le attività per la maggior parte del giorno. Attività che generalmente susciterebbero piacere o interesse, come il giocare o la sessualità, non riescono ad attivare la persona.
  • Significativa perdita di peso o aumento di peso.
  • Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno
  • Agitazione o rallentamento psicomotorio ben osservabile da altri. Questo criterio non è soddisfatto quando il rallentamento motorio è avvertito solo soggettivamente.
  • Perdita di energia o stanchezza, in assenza di compiti che giustifichino tale stato.
  • Sentimenti di mancanza di valore o di colpa eccessiva.   
  • Diminuita capacità di riflettere e concentrarsi.
  • Pensieri ricorrenti di morte: non solo paura di morire, bensì ricorrenti ideazioni di suicidio senza un piano specifico o tentativi di suicidio o piani specifici di suicidio.

Aggiunge il manuale diagnostico che questi sintomi devono compromettere in maniera significativa le capacità sociali, la capacità di lavorare, e creare un disagio nelle relazioni interpersonali, affinché si possa parlare effettivamente di depressione.
Si può notare, dalla definizione di depressione del Dsm IV, come questo disturbo rischi di colpire l’individuo nella sua globalità: da un punto di vista somatico, andando ad influenzare il rapporto con il cibo, con il sonno, e più in generale sfibrando il corpo (la stanchezza o perdita di energia); da un punto di vista motorio, inducendo nella persona o un fastidioso rallentamento o un’irrequietezza esasperata; dal punto di vista psichico, facendo sperimentare la tristezza più cupa, il vuoto interiore, l’indifferenza, le idee di morte, una completa auto-svalutazione, e dei lancinanti sensi di colpa.
A questo punto del discorso, vista la complessità della depressione, una domanda sorge spontanea: “Se la depressione è tanto grave, c’è ancora la possibilità di fare qualcosa?”.
Un’importante analista statunitense, Nancy McWilliams, nel suo amplio lavoro “La Diagnosi Psicoanalitica” ( 1994) suggerisce, al fine di aiutare il depresso ad uscire dal suo tunnel, di spostare il proprio focus dai sintomi più eclatanti della diagnosi alla personalità sottostante della persona depressa. Quindi, per rispondere alla domanda posta poc’anzi, si può dire che si può fare qualcosa con la depressione se si riesce ad entrare dentro i “meccanismi” che innescano la depressione stessa.
A tal fine, in letteratura psicoanalitica, sono state proposte numerose chiavi interpretative, spesso integrative tra di esse, della depressione.
Freud (1917)contrappose il lutto normale alla depressione: egli vedeva la differenza principale tra i due stati nel fatto che nel lutto è il mondo esterno ad essere avvertito come impoverito, mentre nella depressione ciò che si sente perduto o danneggiato è una parte di se. Per Freud la persona depressa si identifica con l’oggetto d’amore perduto: quindi morta la persona è come se fosse morto anche il depresso.  Abraham (1924) notò come il difficile rapporto della persona depressa con la perdita di un’altra persona fosse legata alla presenza di perdite pre-mature avvenute nell’infanzia. Fenichel (1945) aggiunse che la perdita non sempre doveva essere intesa in senso reale, bensì poteva essere intesa come una qualche frustrazione, come per esempio lo svezzamento o l’allontanamento di un genitore, verificatasi troppo bruscamente nel corso dello sviluppo. Gli studiosi successivi si sono focalizzati maggiormente sul ruolo più ampio della famiglia, e non più solo sulle perdite. Edward Bibring (1953), per esempio, giunse a considerare la depressione come un fenomeno che si manifesta palesemente quando una persona si rende conto delle discrepanze tra ideali straordinariamente elevati, introiettati per lo più dalla cultura familiare, e la realtà della propria situazione. Edith Jacobson (1971) ha inquadrato lo stato della depressione come simile a quello di un bambino impotente e indifeso vittima di un genitore tormentato. Secondo l’autrice, il sé viene percepito come identificato con gli aspetti negativi del genitore che tormenta, mentre le qualità sadiche di quel genitore vengono trasformate nel superego crudele. La Mahler (1972) ha rintracciato nella storia delle persone depresse il fatto che la loro autonomia, i tentativi cioè secondo l’autrice di separarsi-individuarsi da parte del bambino, venissero fortemente colpevolizzati in ambito familiare, ed in particolare dalla figura materna. In un certo senso, ha affermato la Mahler, per il bambino diventare un individuo separato, quindi con le sue necessità e i suoi bisogni, equivaleva ad uccidere un genitore. Silvano Areti (in Gabbard 2000), confermando indirettamente gli studi della Mahler, ha osservato come molte persone depresse abbiano trascorso la loro esistenza per qualcun altro (spesso un familiare) invece che per loro stessi. Egli chiamava queste persone per cui il paziente depresso vive “L’Altro Dominante“. Questo “Altro”, ha brillantemente aggiunto l’autore,  può essere anche un principio, un ideale, un’intuizione, non necessariamente sempre una persona. Secondo Areti la depressione inizia quando i pazienti si rendono conto che la persona o l’ideale per cui hanno vissuto non risponderà mai nella maniera adatta a soddisfare le loro attese. Heinz Kohut (1977), in linea la sua teoria psicologica del Sé, si è concentrato, ampliando così il lavoro degli autori che lo hanno preceduto, nel verificare quali bisogni fossero stati trascurati nello sviluppo della persona depressa. E ‘giunto alla conclusione che alla persona depressa è mancata la possibilità di essere ammirato, idealizzato, confermato, visto, supportato dalle figure genitoriali. Quando altri non compiono queste funzioni, per Kohut, vi è una massiva perdita di autostima che si presenta come depressione.
Da queste osservazioni si può dedurre che la depressione ruoti intorno alla perdita e/o ad un rapporto problematico con l’Altro, sia esso un Altro Dominante, un Altro che ha trascurato, un Altro che ha colpevolizzato e negato la possibilità di essere autonomo, cioè un individuo nel senso più pieno del termine.
Fare una psicoterapia del profondo con la depressione significa quindi elaborare i punti più critici della personalità depressa. Come può avvenire ciò?
Carl Gustav Jung era solito dire che la depressione è una signora vestita di nero che bisogna far sedere alla propria tavola ed ascoltare. Ascoltare la depressione vuol dire penetrare dentro i meccanismi della depressione. Ascoltare la depressione vuol significare coglierne i contenuti, i nuclei essenziali, che ne fondano i meccanismi stessi. Questi nuclei fondanti sono sostanzialmente due: l’onnipotenza e la dipendenza.
L’onnipotenza, a ben vedere, è il rovescio della medaglia dei pesantissimi sensi di colpa che torturano letteralmente il depresso. Ciò è intuitivamente comprensibile. Se il bambino di 2-3 anni immagina che se non rimarrà vicino alla mamma la ucciderà psicologicamente, deve inconsciamente ritenersi onnipotente, visto che evidentemente si attribuisce il potere di dare o togliere la vita. Il depresso, non diversamente da quanto fa il bambino piccolo, deve portarsi dentro una spropositata carica di onnipotenza per potersi addossare la colpa di qualsiasi cosa accada nella sua vita. Tanto per fare degli esempi, chi lavora con persone depresse può tranquillamente sentirsi dire: “Se è morto è colpa mia, non ho fatto abbastanza per salvarlo, dopo avergli reso tutta la vita impossibile…”, oppure: “Se la fabbrica è chiusa è perché ho lavorato poco..”.
La dipendenza è parte stessa della personalità depressa. Le perdite nella vita della persona depressa non vengono superate, non solo come dicevamo per il senso di onnipotenza che conduce ai sensi di colpa, ma anche perché non si riesce ad andare oltre la dipendenza che era insita in certi legami. E’ come se le persone depresse fossero da sempre abituate a determinate relazioni dove la non soddisfazione dei propri bisogni da parte dell’Altro, la non curanza emotiva, genera, paradossalmente, dipendenza. Questo aspetto può apparire davvero sorprendente, in realtà tutti gli studi sull’attaccamento confermano come ci si possa separare dall’Altro solo nel momento in cui si viene riconosciuti come “soggetto” nell’accezione più lata del termine.
La persona depressa, come dicevamo all’inizio di questo articolo, è immobile, senza energia, senza concentrazione, senza futuro, senza nuove prospettive. In un certo senso ha bisogno che nel percorso terapeutico entri con forza qualche elemento che agisca come una sorta di shock, che riesca a scuotere la coscienza: questo elemento di shock è costituito dal sogno. In tutte le analisi i sogni svolgono un ruolo assolutamente fondamentale, ma nel caso della persona depressa ciò è forse vero anche in misura maggiore.
Per Jung “il sogno è un’autorappresentazione spontanea della situazione attuale dell’inconscio espressa in forma simbolica” (Jung, 1948, pag. 282). In altre parole, il sogno esprime, con il suo linguaggio immaginale e metaforico, un suo punto di vista sulla situazione psichica del sognatore. La prospettiva che manifesta il sogno, sempre secondo Jung (1934; 1948), è compensatoria rispetto alla coscienza. Il sogno cioè allarga lo sguardo e restituisce al sognatore un’altra immagine di sé: lo pone dinanzi ai suoi limiti, alle sue illusioni, ai suoi istinti rimossi, a ciò che generalmente viene trascurato di sé e degli altri. Per dirla ancora con un’espressione junghiana, il sogno ci mostra la nostra Ombra, quanto cioè non siamo abituati a vedere in noi.
Nel caso della persona depressa, i sogni aiutano, per esempio, a vedere la rabbia latente, la aggressività sepolta, verso tutte quelle persone e situazioni che hanno per così dire “dimenticato” di prendersi cura, di fornire quel calore emotivo necessario per crescere. La rabbia, se canalizzata in maniera costruttiva, può trasformarsi nella giusta dose di assertività che permette di prendersi i propri spazi per affermare se stessi. A tal proposito è interessante notare come nelle persone depresse non sono infrequenti sogni di animali che lottano per il territorio e che rispondono istintivamente ad una situazione di difficoltà (Russack 2002). In parole semplici, il contatto che fa riprendere il sogno con quelle emozioni che potrebbero sembrare dolorose e negative aiuta nel coltivare la propria autonomia, l’opposto psichico della dipendenza. I sogni aiutano anche nel demolire l’artificioso palazzo dell’onnipotenza. Tendenzialmente, per esempio, nei sogni delle persone depresse compaiono spesso figure rozze, brute, villose, naturali. Non si tratta di figure cattive, bensì di personaggi che vogliono ricondurre il sognatore alla sua semplicità, alla sua incompletezza, alla sua naturalezza. Il sogno, insomma, scuote la coscienza per spingerla ad andare oltre la gabbia dell’onnipotenza, e lo fa riportando la persona alla sua umanità.
Maria-Louise Von Franz, prima allieva e poi strettissima collaboratrice di Jung, ha affermato nel suo saggio “Il mondo dei sogni”: Quando impariamo a conoscere la nostra Ombra e a viverla un po’ di più, diventiamo più accessibili, naturali, umani, completi….L’Ombra ci rende uomini tra gli uomini e umani, semplicemente umani”  (Von Franz, 1990, pag. 89). Ciò è esattamente il senso più profondo del rapporto terapeutico con il paziente depresso: aiutarlo a trovare dentro di sé quell’umanità che gli hanno e si è sempre negato. Quell’umanità che permette di dare un senso alla depressione, di catturarne il messaggio più intimo e personale rispetto alla propria esistenza, ma che, soprattutto, permette di voltare pagina.

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